Arte-Cultura

Capitano, mio Capitano

Capitano, mio Capitano
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Maria Pia Forte

Che Garibaldi, costruttore dell’Italia, abbia tenuto un diario in inglese può stupire. Ma è un diario particolare questo che Davide Gnola ha riesumato dall’Archivio di Stato di Palermo (col titolo di «Giornale di bordo») e presentato per la prima volta ai comuni lettori. Scrive per esempio il capitano di lungo corso Garibaldi il 12 giugno 1851, mentre risale la costa del Nicaragua: «We see also the wonderfull volcans, of Indirì, Viejo, S. Miguel, and the terrible José Cuina wich last irruption frightened the around nations and which the ashes arrived until Havana». La maggior parte delle notazioni non sono, però, paesaggistiche, ma registrano dati utili per la navigazione. Trascrivere dal manoscritto alla stampa questo documento redatto in un inglese infarcito di errori, varianti e francesismi (il fine di Garibaldi era appunto di impratichirsi nella lingua usata internazionalmente sul mare), non è stato semplice. Ma Gnola - appassionato di tradizioni marinaresche e dell’Eroe dei due Mondi, e direttore del Museo della Marineria di Cesenatico - è riuscito, con una narrazione arricchita da brani delle «Memorie» garibaldine e da lettere e testimonianze di chi lo conobbe, a restituirci, nel volume «Diario di bordo del capitano Giuseppe Garibaldi» (Mursia), un’immagine vigorosa di Garibaldi marinaio; e a trascinarci con lui negli anni fra il 1850 e il 1854, quando, in fuga dopo l’esaltante e tragica esperienza della Repubblica Romana, solcò gli oceani prima come semplice passeggero fino a New York e poi come capitano di velieri da trasporto dal Sud America alla Cina.  

Quale l’importanza di questo «Diario» finora inedito ? 
«Il ''Diario'' è rimasto quasi del tutto sconosciuto agli studiosi di Garibaldi perché riguarda vicende esclusivamente marittime svoltesi in anni che costituiscono una sorta di parentesi nelle imprese garibaldine. Proprio per questo è di enorme interesse: fa luce su un periodo sul quale c'erano solo notizie frammentarie. Dal mio punto di vista, inoltre, è suggestivo perché è una ''testimonianza d’autore'' su una fase cruciale della storia marittima, a metà Ottocento, quando si andava affermando la navigazione a motore, si aprivano nuove rotte commerciali, si scrivevano manuali nautici e si costruiva la rete delle segnalazioni marittime. La difficoltà è stata soprattutto decifrare calcoli e annotazioni e ricostruire la rotta percorsa; ugualmente complesso ma affascinante è stato individuare sui manuali nautici dell’epoca i luoghi nominati. Per me è stato come viaggiare con Garibaldi».  

La fama del "comandante a cavallo con lunghi capelli e barba bionda che indossa un poncho come divisa, protagonista di battaglie terrestri", come lei lo descrive, nasce in Uruguay nei primi anni Quaranta dell’Ottocento. Ma Garibaldi fu, fin da adolescente, un marinaio.  
«Sì, e questo fatto non è solo un dato biografico. Il mestiere del mare fa acquisire una ''forma mentis'' particolare: il governo di una nave richiede l’osservazione costante delle condizioni del mare, del vento, della geografia e meteorologia, nonché degli uomini: grado di preparazione, salute, stato psicologico, motivazione, rapporti reciproci. Tutto ciò plasma una mentalità ''opportunistica'' nel decidere le scelte operative, non in base a regole studiate all’accademia ma come conseguenza, appunto, delle opportunità e dei problemi che si presentano via via. Garibaldi porta questo bagaglio tutto marinaro all’interno dell’azione militare. E’ abituato a pianificare, ma anche a cogliere l’attimo».  

 In quali momenti del Risorgimento diede prova delle sue doti di marinaio? 
«Egli stesso in alcune occasioni ebbe a dire: ''Mi valse assai l’arte mia marinaresca''. Anzitutto durante il tentativo di raggiungere Venezia, quando s'imbarca da Cesenatico il 2 agosto 1849 con alcuni bragozzi portati fuori dal porto canale con una manovra di ''tonneggio'' che esegue di persona. Poi nel viaggio dei Mille da Quarto a Marsala, nel quale seppe evitare le rotte mercantili e quindi la flotta borbonica. ''E credete che ciò lo abbia imparato nelle scuole?'', chiese Nino Bixio in un discorso alla Camera nel giugno 1861».

Nel 1850 Garibaldi tornò sul mare perché aveva bisogno di lavorare? 
«Sì, sapeva di potere ancora ''stringere un remo'' per sopravvivere e per sfamare i suoi figli. Le sue competenze - all’epoca era già capitano di seconda classe - e la sua fama lo rendevano ideale per un comando di veliero commerciale, che però faticava a trovare perché era politicamente scomodo. Le sue imprese sudamericane e nella Repubblica Romana erano note e dunque non passava inosservato».  

 In quel suo "secondo esilio" Garibaldi a un certo punto sembrò voler raggiungere la California. Era attirato anche lui dalla corsa all’oro? 
«No, intendeva semplicemente andare ad acquistare un veliero di seconda mano a San Francisco, dove abbondavano le navi a buon prezzo proprio a causa della corsa all’oro. Viaggia con l’amico Francesco Carpanetto, dal quale era partita l’idea di comprare una nave per Garibaldi. I due attraversano l’Istmo di Panama, poi si profila un’altra soluzione che conduce Garibaldi a Lima dove prende il comando del veliero ''Carmen'' per la Cina e ritorno».

Quando si ritirò a Caprera, Garibaldi si mise a fare il contadino. Ma il richiamo del mare rimase forte anche allora. 
Il ritirarsi sulla terraferma ma con gli occhi sull'orizzonte marino fa parte delle abitudini dei marinai. Preferì una vita isolata in campagna ad una mondana in città, da lui sempre aborrita. Il mare rimase però per Garibaldi una strada più che un ostacolo.

Diario di bordo del capitano Giuseppe Garibaldi
Mursia, pag. 204, € 17,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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