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L'«Aiglòn» principe di Parma

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Giuseppe Martini

«I o sono l’abate Farìa» dice l’uomo rinchiuso in cella da tre anni al meravigliato compagno di sorte «a quel tempo ero lontano dall’immaginare quanto mi avete riferito poc’anzi: e cioè che di lì a quattro anni il colosso sarebbe stato rovesciato. Chi regna in Francia, quindi? Napoleone II?» – A Dantés bastano tre parole per rispondere: «No, Luigi XVIII». Ecco, in due battute Dumas padre è riuscito a sintetizzare tutta la vicenda surreale di Napoléon François Joseph Charles Bonaparte, figlio di Napoleone I e Maria Luigia d’Asburgo, nato alle Tuileries il 20 marzo di duecento anni fa e destinato a un’impero che non vide mai: la sorprendente caduta della dinastia napoleonide, la sottrazione di un trono per il quale il bimbo era stato faticosamente creato, il capovolgimento di un mondo tornato d’improvviso a un passato che sembrava sepolto e quell’identità inappagata che sarà per il ragazzo irrisolvibile cruccio. Beffa fra le beffe, l’imperatore senza impero collezionerà un mucchio di titoli effimeri e inutilizzabili: Napoleone II imperatore per diciassette giorni dal 4 al 6 aprile 1814 e dal 22 giugno al 7 luglio 1815; Re di Roma per decreto del Senato parigino (e per smacco al Papa) quando ancora non era stato concepito; Principe di Parma in virtù del trattato di Fontainebleau dall’11 aprile 1814 fino al 10 giugno 1817 quando il Trattato di Parigi glielo sfilò; Duca di Reichstadt nel 1818 per volere del nonno materno Francesco I d’Asburgo desideroso di offrirgli una dignità nella corte dorata in cui era segregato a Vienna. Solo vent’anni dopo la morte sarebbe diventato invece l’«Aiglòn», l’aquilotto, protagonista di un dramma di Hugo, «Napoléon, le petit», portato a maggior fortuna più tardi da Edmond Rostand. Beffa anche questa, perché di aquile e aquilotte Napoleone II ne vide poche in giro: tutti i simboli paterni gli erano stati accuratamente sottratti a Schönbrunn, via i libri francesi, via i simboli imperiali, via la N ricamata dai lenzuoli sostituita da una più asburgica F, ma non la spada del padre, che l’Aiglòn terrà sempre con sé, e neppure certe letture a cui di riffa o di raffa riuscirà ad accedere, per prime le memorie paterne di Sant’Elena, che accresceranno in lui l’avidità di imprese impossibili. Sicché quando si fece arrivare da Parma la celebre culla offerta dalla città di Parigi alla sua nascita e nella quale compare anche nel ritratto infantile del Benoist, Metternich non ne capiva il motivo: «Finora è l’unico monumento della mia storia» gli rispose l’aquilotto «e vorrei conservarlo». In questa crisi d’identità e di gesti la compensazione fu la ricerca continua di affetto verso la madre lontana, lasciata alla testimonianza tenera e ingenua delle quattordici lettere che il ragazzo aveva spedito da Vienna a Parma e oggi conservate al Museo Lombardi. Da parte sua Maria Luigia fra 1818 e 1830 passò l’estate per sei volte a Vienna e lo investiva di giocattoli, matite colorate, vestiti e libri che nei registri di spese costituivano il grosso della voce «trastulli» del principino. A Vienna, dove era stato preso in custodia dalla corte dopo i Cento giorni, aveva ricevuto una forbita istruzione culturale e militare sotto l’occhio grigio dell’ufficiale di corte Moritz Dietrichstein-Proskau-Leslie – così diverso da «maman Quoiu», Madame de Montesquieu che l’aveva avuto in cura negli anni parigini – nella preoccupazione di proteggerlo dal suo nome più che dalle periodiche voci di tentativi di rapimenti e attentati. Il padre, che la sapeva lunga, già in tempi non sospetti era invece preoccupato di ben altro: «la polizia austriaca l’ucciderà», «ils l’hebeteron» e «la sorte di Astianatte prigioniero dei Greci mi è sempre apparsa la figura più sfortunata della storia».
Mai presentimento fu più esatto, e il putto imperiale ritratto dormiente su un prato fiorito come novello Endimione nell’olio di Pierre-Paul Prud’hon ora al Museo Lombardi, o in quello di Joseph-Boniface Franque nel quale la madre ne scosta il velo della culla, avrebbe finito i propri giorni agli antipodi di quella gloria che alla nascita gli avevano pronosticato la cantata musicata da Giuseppe Alinovi al Collegio dei Nobili di Parma, la canzone pastorale di Angelo Mazza sul «Giornale del Taro» del 13 aprile 1811 o il gustosissimo «Cimelio tipografico» stampato da Bodoni con miniature di Antonio Pasini e argute rime di Giovanni Gherardo Rossi incentrate sulle vicende di Amore. Con maggior attenzione ai segni, si sarebbe dovuto capirlo dal difficile parto di Maria Luigia: il piccolo era in posizione podalica e una volta fuori ci mise sette minuti per lanciare il primo vagito.
Tuttavia almeno l’augurio bodoniano non aveva fallito il colpo. Il Re di Roma era circondato da donne che si mormoravano amanti – Nandine Karolyi o la ballerina Fanny Elsser, la contessa Almansky o Lulù Thürheim – anche se la più chiacchierata fu addirittura Sophie von Wittelsbach, moglie dell’arciduca d’Austria, al punto che si bisbigliava che l’Aiglòn fosse il vero padre di Massimiliano d’Asburgo, futuro imperatore del Messico, se non addirittura di Francesco Giuseppe. Anche questi erano segnali di una gloria mancata – il potere perpetrato occultamente nei cromosomi di un figlio illustre – e al contempo effetti della progressiva «asburgizzazione» a cui fu sottoposto a Vienna, evidente anche nella trasformazione dei ritratti: da quelli infantili di Thomas Lawrence e Johann-Stefan Decker, ove spiccano la testa importante e le guance paffute del padre, a quello adulto di Johann Nepomuk Eder, in cui emergono riccioli biondi e il lieve prognatismo asburgico: per i veri connotati, assomigliava a entrambi i genitori, forse occorre rivolgersi al carboncino di Toschi al Museo Lombardi e al ritratto di Moritz Michael Daffinger.
In predicato di un regno in Belgio dopo i fatti parigini del 1830, arrivò a sorpresa la tisi, o qualcosa del genere, a stroncarlo nel 1832: «Morire a ventun anni senza gloria, quando la spada che tengo ha fatto tremare l’Europa». Fu vera tisi? Oggi la sentenza potrebbe darla la medicina, le auguste spoglie sono dal 1940 agli Invalides di Parigi, e al contempo mettere a tacere le illazioni sulle paternità misteriose: ma nessuno ha mai pensato di controllare (e forse è meglio così).

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