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 di Giuseppe Martini

 

Come ogni buon vegliardo - pur essendo allora men che cinquattottenne, ma ragionava e voleva far vedere di ragionare da vegliardo - Verdi negli anni '70 dell'Ottocento sentenziava parecchio, e parecchio brontolava. Sicché, fu fra un brontolio e una sentenza che gli sfuggi quel motto sul ritorno al passato che sarebbe stato un progresso, e se n'ebbe a pagar dazio a lungo. Occorre dire che il brontolio era un sintomo d’allarme che ora non fa gioco dire ad alta voce (ma fra parentesi sì: timore di passar di moda), e il sentenziare un’arte affinata alla consapevolezza mediatica: sapeva che, nel caso, la lettera di turno sarebbe divenuta pubblica, e lo divenne. Se ancora a più di un secolo siamo ancora qui a girare quella frase, è anche perché Verdi sapeva bene che, messo in circolo, il motto si sarebbe assicurato il rovellarsi eterno degli ermeneuti e un’aura di progressismo che in fondo non gli stona affatto. Così che, intitolando a quelle celebri parole la «Giornata di studi e di musiche» organizzata a Parma nell’ambito del Festival Verdi nel 2009 come Premio alla carriera a Marcello Conati, se ne è potuto dare interpretazione omaggiando la vocazione di Conati, formatosi nella musica contemporanea e divenuto fra i massimi studiosi verdiani, e cogliendo la disponibilità di studiosi e musicisti a mettersi in gioco su un tema irto di insidie e di delizie. Ora che gli atti di quella giornata sono su carta, editi da Diabasis di Reggio e curati da Teresa Camellini, se ne apprezza la sua qualità migliore: la giocosa spaziosità che offre il tema, il dialogo fra passato e futuro, e l’insaziabile curiosità offerta ogni volta dalla musica verdiana. Non altrimenti si potrebbero metter insieme i dodici rintocchi di «Falstaff» (Luca Tessadrelli) con il mito della «Signora delle Camelie» (Andrea Calzolari e Maria Rosa Torlasco) o il percorso della Verdi-Renaissance (Gian Paolo Minardi) con l’atemporalità saturnina della musica elettronica evocata nelle «quattro slide e un buio in sala» da Giovanni Morelli. Certamente non va perso di vista ciò che era quel motto per Verdi: la denuncia che la musica non ha margini di progresso se salde non sono le basi formative dei giovani studenti di composizione basate sulla tradizione, al contrario degli (allora) moderni seguaci della musica nuova (Wagner e amici) troppo propensi, dal punto di vista verdiano, a sgretolare anziché a costruire. E non sfugge che ad esortare sulla realtà di quella voce dal sen fuggita è qui Pierluigi Petrobelli, candido demolitore di falsi miti verdiani. Perché questo giova di meno a Verdi: il mito di se stesso, che lo allontana da quel senso spiccato che aveva del presente. Nessuna meraviglia quindi sull'ampio orizzonte che spalanca il tema, e se ne accettano volentieri le sfumature apparentemente meno immediate, come il nuovo e sempre stimolante intervento di Mario Lavagetto sulla librettistica o quello di Federica Riva su Boito e Verdi al Conservatorio di Parma. Mentre dalle recenti composizioni di Andrea Talmelli e di Luca Tessadrelli, registrate in cd allegato, emerge un singolare portato della riflessione progressista sull'antico: la necessità, per la musica contemporanea, di non sottomettere più l’istinto percettivo e la fantasia liberatrice alla speculazione razionale. Non sfugge che molta attrazione a questi compositori provenga dal gusto strutturale ed enumeratore, come il caso dei dodici rintocchi di «Falstaff». E non sfugge che proprio l’enumerazione e l’accumulo sono aspetti che tornano con regolarità nel libro, dall’intervista di Carlo Majer a Conati, al saggio sul Ripm Italia (Répertoire international de la presse musicale) di Robert Cohen, con il quale Conati lo ha fondato nel 1980, fino all’indice sommario dello sterminato archivio verdiano accumulato in quarant'anni da Conati, collezionista e schedatore del proprio materiale che fluttua fra libri, spartiti, riviste, libretti, programmi di sala. Ed è proprio fra questo senso dell’accumulo del sapere e lo sguardo progressivo della giornata d’omaggio che si muovono i prossimi passi di Conati e di Teresa Camellini. L’Istituto Memoria&Durata, da loro fondato nel 2009, raccoglie i materiali dell’archivio Conati come base di un lavoro di ricerca sul rapporto fra passato e futuro musicali aperto agli studiosi: «Lo scopo è ambizioso e lo sappiamo, ma la convinzione è forte e le prime risposte incoraggianti», ma Teresa Camellini non si nasconde certo dietro un dito: «la speranza è quella di stimolare sempre di più gli studiosi in modo da superare la semplice proposizione della musica verdiana come dato acquisito e di metterla in dialogo con la modernità. Abbiamo avuto riscontri positivi dall’Istituto di Musica Comparata della Fondazione Cini di Venezia, col quale abbiamo costruito una convenzione circa la ricerca etnomusicologica, e stiamo intessendo un rapporto di collaborazione con il Centro Musica Contemporanea di Milano per la ricerca e la divulgazione del repertorio musicale dalla fine dell’Ottocento a oggi. Ci piace l’idea di lasciare agli studiosi che collaboreranno la stessa libertà di spaziare di cui la giornata di studi del 2009 è stata il primo tassello ed esempio, e allo stesso tempo proporre indirizzi di respiro nei contesti musicali che ci attendono in questi anni, anni che preludono al doppio bicentenario verdiano e wagneriano (...) Partiremo da conversazioni su temi stabiliti, ma che siano stimolanti, in un certo senso spiazzanti, e che offrano possibilità alla mente di aprirsi, grazie ai richiami che nella musica verdiana sono così sorprendenti». 

«Sarà un progresso»... tornando a Verdi - Diabasis, pag. 240 20,00

 

 

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