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Resurrezione di Cristo

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di Maria Pia Forte

I frutti d’oro amati da Goethe pendono ancora - se qualcuno non si è risolto a coglierli tutti per poter continuare a godere del loro risplendere nel sole - dai rami dei limoni, che generano già nuovi boccioli rosati. I mandorli sono fioriti da tempo e gli aranci sono nuvole di bianchi batuffoli. Margherite gialle danzano nel vento insieme a pensées gialle e viola. I prati sono innevati di pratoline, nei boschi i ciclamini proclamano la rivincita dei timidi, l’epifania della forza nascosta della terra. E’ l'immodestia della primavera che riprende il suo ciclo dopo l’umiltà dell’inverno.
Come conciliare un simile vitale tripudio con l’incombere della morte che ci accompagna in questa settimana, scandita dalle ultime ore di Gesù su questa Terra, dal precipitare degli eventi verso la sua barbara esecuzione, inchiodato a una croce nel venerdì vigilia della Pasqua ebraica? 
Eppure morte e vita non sono condizioni opposte: lo sa bene chi ha sofferto un lutto recente e intrattiene un continuo dialogo con chi non c'è più, segno che colui che è assente è tuttora presente; o chi, colpito da una malattia grave, racchiude nel suo intimo, come un prezioso ostensorio in un tabernacolo inviolabile, la consapevolezza della finitudine di ogni soggiorno terreno, e facendo convivere in sé vita e morte trae dalla prima lo slancio per non rinunciare a fare progetti e dalla seconda un’immensa serenità. La finitudine è essa stessa vita. La breve allegria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, la malinconica cena pasquale con gli amati discepoli, tra i quali Egli sa che ce n'è uno che lo venderà ai propri persecutori per una manciata d’argento; l’angoscia e la solitudine dell’Orto del Getsemani, dove i discepoli più fedeli anziché sostenerlo con la preghiera sprofondano nel sonno; il timore della imminente sofferenza che attanaglia Gesù uomo come noi, l’amarezza per i tradimenti e la codardia dei suoi e per l’incomprensione, il disprezzo e la prepotenza con cui il suo messaggio di amore viene accolto da tanti; e poi i dileggi, i colpi di «flagellum» e le altre sevizie e umiliazioni inflittigli prima di sottoporlo alla «più crudele e orribile di tutte le pene» come Cicerone bollò la crocefissione, prevista dal diritto romano per schiavi, disertori e colpevoli di lesa maestà - ebbene, tutto ciò confluisce verso quella massima affermazione della vita e vittoria sulla morte che è la Resurrezione di Cristo.
E' una settimana di dramma e di trionfo, di silenzi riflessivi e di un urlo di gioia, del «Cristo morto» del Mantegna deformato dal supplizio e dell’atletico «Cristo risorto» di Piero della Francesca.
Con la Resurrezione Gesù vince sulla morte nel senso che fa della morte il preludio di una Vita più vera e più luminosa di quella che tocca in sorte sulla terra ad ogni uomo e donna, anche i più fortunati.
Rende la morte umana la porta di accesso a quella completezza invano inseguita in questo mondo.
Se si ha il coraggio non solo di prendere su di sé la propria croce, ma addirittura di salire sulla croce con Gesù, accettando l’invito delle sue braccia spalancate, ci si trova a tu per tu con una morte nuova: non ha la falce sulla spalla, né ha il volto livido sotto un cappuccio nero come nel film «Il settimo sigillo» di Bergman.
Quella era una morte nordica, nutrita di rigidità protestanti e di severi paesaggi, una morte senza misericordia.
Gesù, invece, cresciuto tra ulivi e palme, cieli assolati, greggi dal musicale belato e biondi campi di cereali, tra donne della famiglia e discepole dalla morbidezza mediterranea, ci ha lasciato in dono una morte vestita di bianco come il sudario con cui viene sepolto da Giuseppe di Arimatea e che Maria Maddalena e le sue compagne trovano, abbandonato nel suo sepolcro spalancato e vuoto, la seconda mattina successiva all’assassinio che rese per sempre il mondo diverso da quello che era.
E' domenica.
 Finite le sofferenze della salita sul Golgota, affrontata come un agnello sacrificale, senza un lamento (quale esempio per tutti noi!), da un Gesù provato dalla lunga veglia e dai maltrattamenti, e poi quelle inimmaginabili sulla croce - il dolore delle ferite, il lento soffocamento dovuto alla posizione delle braccia, la dilaniante sete, il delirio culminante nel grido «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», - la morte ci traghetta per mano, premurosa, verso la Resurrezione. 
 

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