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Un Codice all'avanguardia

Un Codice all'avanguardia
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Andrea Del Bue
Una delle novità più importanti, da un punto di vista storico e legislativo, del Codice di Parma, Piacenza e Guastalla, altrimenti detto Codice di Maria Luigia (promulgato con decreto sovrano il 5 novembre 1820 ed entrato in vigore l’1 gennaio 1821) è la disciplina in merito al vizio di mente, di cui si occupa l’articolo 62: («Non vanno soggette a pena le trasgressioni delle legge se l’imputato trovavasi quando commise l’azione in istato di assoluta imbecillità, di pazzia, o di morboso furore [...]») . E’ chiaro come la malattia mentale fosse - già allora e sulla lezione di diritto comune («Furiosi nullam habent voluntatem»), scriminante del reato: colui che commette un crimine o un delitto, in uno stato di malattia mentale, non può essere soggetto a pena. L’imputato dovrà essere prosciolto, perché alla base della sua azione non possono essere riconosciuti né colpa, né dolo, ossia nessun approccio volontario alla commissione dell’evento criminoso; non è possibile, infatti, individuare, nel presunto reo, la capacità di discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, l’onesto dal disonesto.
In altre parole, il soggetto in stato di infermità mentale non può essere punito, perché al momento dell’azione non è in grado di ricondurre alla propria condotta le conseguenze giuridiche che da essa possono scaturire. L'origine dell’articolo 62, per impostazione e contenuto, è sicuramente francese. La conferma è data anche dal «Trattato di Diritto Penalea», opera in tre manoscritti giunti fino a noi (mss. parm. 1503, 1504, 1505 collocati in Biblioteca Palatina di Parma) di Gaetano Godi (Parma, 17 aprile 1765 - Parma, 23 febbraio 1850; professore di Istituzioni di Diritto Criminale presso il nostro Ateneo e consigliere del Tribunale di Revisione del Ducato). In tale lavoro, è frequente scorgere riferimenti compiaciuti al legislatore francese, nonché parallelismi tra il Codice parmense (la cui commissione incaricata della redazione annoverava anche lo stesso professore) e quello napoleonico. D’altronde, del Code Pénal del 1810 basta leggere l’articolo dedicato all’istituto dell’infermità mentale, il 64, per cogliervi le numerose ed inequivocabili analogie: «Il n'y a ni crime ni délit, lorsque le prévenu était en état de démence au temps de l’action [...]». Il Ducato, però, va oltre quanto fatto in Francia, innovando l’istituto con una disciplina più moderna e completa. Tale spinta è dettata da più di un decennio in cui la dottrina francese in primis, ma anche i magistrati, hanno affrontato un immane lavoro di interpretazione estensiva del termine «démence», solo nel rappresentare l’ampio ventaglio di tipologie del vizio di mente.
 E’ così che Parma rifiuta l’utilizzazione del termine «demenza», sostituendolo con una tripartizione del vizio di mente: «assoluta imbecillità», «pazzia», «morboso furore». Si tratta, né più né meno, della medesima tripartizione utilizzata, sebbene con altra terminologia, dalla letteratura medico-legale dell’epoca; in essa si parla, rispettivamente, di «idiotismo», «demenza in senso stretto» e «mania». Non una novità da poco. Ma c'è altro. Ciò che rende, infatti, il Ducato di Maria Luigia, da un punto di vista giuridico (ma anche dal punto di vista sociale; si ricordi, a tal proposito, il brocardo di origine romanistica «Ubi societas, ibi ius»: dove c'è la società civile, lì c'è il diritto), unico nel dell’Italia preunitaria, è l’articolo 63: «Allorché la pazzia, l’imbecillità, il furore, o la forza non fossero giusta il retto e fondato giudizio dè tribunali a quel grado da rendere non imputabile affatto l’azione, potrà questa tuttavia essere punita, secondo le circostanze dè casi, colla prigionia, o colla custodia in casa di correzione».
 Si tratta di una forma embrionale dell’istituto di seminfermità mentale (così come ben rileva il professor Alberto Cadoppi, nella sua fondamentale introduzione al Codice penale per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, Cedam, Padova 1991), oggi cristallizzato, e ampiamente utilizzato, nel codice penale vigente, all’articolo 89, rubricato «Vizio parziale di mente»: l’infermità mentale non è tale da annientare, ma solo da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere. Un principio sconosciuto nella prima metà del'Ottocento e codificato - per la prima volta in Italia - nel codice penale del Ducato. In Francia non v'è traccia riguardo la possibilità di considerare la malattia mentale solo parziale, tale da ridurre, e non togliere del tutto, la capacità di discernimento del reo, così da prevederne non la totale esclusione della colpevolezza, ma una mera circostanza attenuante. Altri codici preunitari portano in dote tale innovativo istituto; si tratta, però, di lavori successivi rispetto a quello parmense: il codice di Sardegna, datato 1837, e il codice estense, del 1851. Quest’ultimo, peraltro, redatto sulla falsariga di quello di Maria Luigia.I legislatori ducali, pertanto, furono i primi a codificare un istituto mai esplicato prima da un punto di vista legislativo? In termini così circostanziati pare proprio di sì, ma una fonte d’ispirazione potrebbe essere rappresentata dal precedente Codice penale austriaco del 1803, dove, all’articolo 39, tra le circostanze mitiganti la pena, si può rinvenire il caso del reo «debole di mente». Solo un’ipotesi, peraltro remota, che nulla toglie ad un Ducato all’avanguardia.

 

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  • Marinella

    27 Aprile @ 19.23

    Molto interessante l'informazione di storia locale per se stessa ed in relazione ai contributi offerti alla storia delle nazioni e dell'Europa. Anche gli Estense, qui a Modena. hanno molto da dire nel diritto e nell'arte; senza di loro la città non sarebbe altro che un paesone di artigiani.

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