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Guanda, editore di punta

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Giuseppe Marchetti
Ugo Guandalini moriva a Parma nell'aprile del '71, quarant'anni fa lasciando nel mondo sempre piuttosto neghittoso della nostra editoria un ricordo di ombre e di luci difficilmente distinguibili.
Era nato nel marzo del 1905 e si era incamminato sulla strada della carriera universitaria sotto la guida del geologo professor Mario Anelli un «parmigiano del sasso» con il quale si era laureato e che poi lo chiamerà a Parma come assistente.
La sua storia l'abbiamo raccontata tante volte, l'abbiamo voltata a rivoltata come un abito di lusso che non si deve buttar via, e ne abbiamo ovviamente tratti tutti quei suggerimenti e riflessioni che tale interesse comporta, poiché quella di Ugo Guandalini (un bel cognome modenese) non è  una vicenda così scontata come potrebbe sembrare.
Ugo è un uomo anzi, allora, un ragazzo, tormentato beneficamente da molti dubbi: il primo, come sempre accade, è quello del lavoro e della professione da intraprendere.
Il secondo è lo stimolo della letteratura e della filosofia che sente dentro.
Il terzo è una persona che diventa sua amica, un giovanotto che si chiama Antonio Delfini, definito sbrigativamente a Modena «una macia», cioè una macchietta, un perdigiorno, una figura simpatica, ma da non prendere troppo sul serio, anche perché l'Antonio è figlio di ricchi proprietari terrieri e può disporre di belle somme di denaro senza doverne render conto a qualcuno.
Alla fine degli Anni Venti, Ugo Guandalini che ne ha ventidue e Delfini venti, sfidano la provincia e fanno nascere «L'Ariete», otto pagine tutte scritte da loro.
Modena rimane indifferente, ma i due «letterati» coraggiosi e sprovveduti non mollano e scrivono: «Mentre troppi uomini perseguono facili ideali e abbondano i sacerdoti attorno al dio Oro e troppi credono facile diventar qualche cosa, noi eleviamo il nostro altare fuori dall'acefala folla inchinevole, proclamando la superiorità e il diritto dell'intelligenza e della volontà».
Retorica giovanile, si dirà: ed è vero, ma la sostanza c'è, e c'è l'uomo.
Gli anni e le occasioni passano, viene il momento de «Lo spettatore italiano», cominciano i guai con la censura fascista, siamo nel '28, e Guanda capisce che il gioco non può durare a lungo.
Più che produrre opere sue,  pensa allora a sollecitare attorno a sé l'attenzione di altri possibili autori, come Pietro Zanfrognini, filosofo gentiliano, pensatore di sottile fascino e già scrittore di un saggio che s'intitola «Itinerario di uno spirito che si cerca». Qui si crea un provvidenziale corto circuito e Ugo capisce d'esser sulla buona strada, anche se faticosa e dalle svolte imprevedibili.
Si sposta a Parma, città che l'affascina più della sua natale, e accorcia il nome in Guanda.
Poi comincia a scrivere anche in proprio, siamo nel '32 e concepisce «Adamo».
Non è un romanzo, né un saggio, né propriamente un diario: è semmai tutti questi tre elementi insieme.
Ed è anche il suo messaggio al mondo culturale ed editoriale italiano, risente di uno spirito «vociano» ben conservato, tra scetticismo e provocazione, un po' al modo di Papini, un po' al modo di Jahier, un po' al modo di Slataper.
E l'attività editoriale magnificamente s'adatta a tale tipo di ricerca e di sperimentazione. Filosofia - e religione, ma molto discussa - e poesia, dunque.
Guanda diventa così in pochi anni quel «piccolo grande editore» che resterà per sempre, come Gobetti, come l'altro modenese Formiggini che si butterà dalla Ghirlandina per sfuggire alle leggi razziali fasciste del '38.
I suoi autori diventano gli irregolari, i «vitandi» Buonaiuti, Tilgher, Martinetti, Rensi, Boine, e poi Luzi, Lorca, Eliot, Blok, John Donne, Macrì, Leone Traverso, Poggioli, Berti, Spagnoletti e molti altri.
Nel '55, chiudendo il catalogo che certificava questo straordinario successo culturale, Guanda scriveva: «Gli amici vecchi e nuovi sfogliando questo catalogo ci sentiranno, spero, il profumo che forse soltanto la provincia può ancora dare, e anche battere il cuore di un uomo che si ostina a credere in qualche cosa che è un tantino diversa dai fumetti e dai libri gialli. «Sante parole amare, verrebbe da dire!
Se vedesse come è ridotta oggi l'editoria italiana tranne alcune lodevoli eccezioni, l'editore de «La Fenice» prenderebbe la via della foresta per non fare più ritorno.
Con Bertolucci, Mattioli, Vigorelli, Gabriele Baldini, Carlo Bo, Adolfo Jenni, Angelo Maria Ripellino, Pasolini, Roberto Sanesi, Artoni, Cusatelli e altri scrittori che sapevano aspirare il «profumo che forse soltanto la provincia può dare», Ugo Guanda aveva costruito quel sicuro punto di riferimento cui egli si riferisce quando scrive: «Ci fa un momento, credo, che non ancora apparso Einaudi, la mia insegna di editore fu la sola cosa giovane e viva che palpitasse nel nostro paese».
Ci sentiamo perciò in dovere, oggi, a quarant'anni dalla sua morte di ricordarne l'esempio, la sollecitudine culturale e l'acutezza delle scelte.
Il suo nome vive e palpita ancora, ma i tempi sono molto cambiati, e purtroppo gli uomini che più sopra abbiamo nominato sono quasi tutti spariti. Le loro opere, invece, e la sigla di quell'editore in parma, no.

 

 

 

 

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