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Tutto il mondo in riva al Tamigi

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Sergio Caroli

Nel 1777 lo scrittore inglese Samuel Johnson scriveva che «chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché a Londra trova tutto ciò che la vita può offrire». Poco meno di un secolo dopo, il Primo ministro Disraeli definirà Londra «nuova Babilonia, una nazione, non una città». Chissà che direbbero oggi dalla metropoli quelle due glorie della nazione britannica.
«Con 7 milioni e mezzo di abitanti Londra ha le popolazioni di Roma, Parigi, Vienna, e Bruxelles messe insieme; e arriva a 20 milioni con gli sterminati sobborghi. E’ la più popolosa città d’Europa, e la più grande per estensione: si espande su un’area che è il doppio di New York. E’ una delle città più verdi: il 39 per cento è fatto di parchi e giardini. E poi 300 lingue e dialetti, 183 sinagoghe, 130 moschee, 12.200 ristoranti, 5.200 pub, 600 cinema, 400 teatri». Chi registra queste cose è Enrico Franceschini in «Londra Babilonia» (Laterza, pagine 175, euro 15); un saggio che è una miniera d’informazioni storiche, statistiche, sociologiche e di costume, tanto originale nella scelta dei temi - alieni da passatempi turistici - quanto brillante nell’esposizione, e soprattutto pronto a cogliere, attraverso l’occhio disincantato dell’osservatore straniero, l’anima segreta che si cela dietro i grandi numeri.

Nell’ultimo ventennio  quasi due milioni di cittadini britannici hanno lasciato Londra e altrettanti stranieri ci sono arrivati. Li unisce tutti una sola cosa: la lingua inglese. «Parliamo 300 idiomi - lei scrive -, siamo una torre di Babele, ma grazie alla lingua di Shakespeare e della regina Elisabetta, opportunamente storpiata, mal pronunciata, semplificata, riusciamo a comunicare benissimo tra noi e anche un po' meno bene con la popolazione indigena». Ma qual è l’«animus» della popolazione indigena verso di voi?
I londinesi  sono una specie a parte, come i newyorkesi, abituati da sempre al mix di popoli e lingue. C'è tolleranza verso lo straniero o perfino indifferenza, non lo si nota più. Abito vicino a una moschea e nessuno si gira a guardare le donne velate da capo a piedi che vengono a pregare il venerdì. Ci sono scuole elementari con allievi di 64 lingue diverse. A Londra questo viene considerato un arricchimento, non un problema.

Lei scrive che il multiculturalismo si affermerà o verrà sconfitto sulle rive del Tamigi. Quali le sue previsioni?
Si affermerà. Lo dico non solo perché sono ottimista, ma perché i muri, una volta abbattuti, non si possono rialzare. Pensare che torneremo a nazioni monoculturali è come pensare che torneremo tutti ad andare a cavallo. Basta guardare l’esempio dell’America per capire che un mondo senza frontiere fa bene a tutti, una volta che ci si abitui e si accettino regole condivise.

Nel 1960, 300 milioni di persone parlavano l’inglese; oggi lo parlano più di due miliardi di individui. L’inglese ha il primato planetario in tutti i campi, compreso il vocabolario: nel 2009 ha stabilito un nuovo record mondiale, un milione di parole. E’ la lingua delle e-mail e di Twitter.  E’ stata la globalizzazione a diffondere l’inglese, o è stato l’inglese a facilitare la globalizzazione?
E' nato prima l’uovo o la gallina? Impossibile dirlo, nel caso di inglese e globalizzazione: diciamo che si sono nutriti l’uno dell’altra, c'era bisogno di entrambi per arrivare ad entrambi gli obiettivi.

E tuttavia un’estrema povertà caratterizza la lingua inglese comune. Che avesse ragione Orwell quando parlava di neo-lingua?
Aveva ragione Orwell. E pure il principe Carlo d’Inghilterra, il quale dice che non è l’inglese la lingua più parlata del mondo, bensì il «broken English», l’inglese sgrammaticato degli immigrati. Ma per tornare a capirsi fra tutti, come prima della Torre di Babele, va bene anche quello. Per laurearsi a Oxford, ovviamente, non basta, ma è un primo passo per permettere a tutti di provarci.

E perché si torna a studiare il latino?
Perché l’Inghilterra è il Paese della tradizione e dell’avanguardia, del vecchio e del nuovo, del passato e del futuro, del classismo e dell’interclassismo. Perciò, se lo studiano loro, dovremmo studiarlo con un po' di amore e orgoglio anche noi, che lo abbiamo inventato.

Lei scrive: «L'unione di Elisabetta II e del duca di Edimburgo dura da sessant'anni. Il mondo non solo è cambiato, è irriconoscibile, tranne che per quei due». Perché?
Perché tutti abbiamo bisogno delle favole. E perché quei due, nonostante scandali e gaffes, hanno fatto il loro mestiere tutto sommato meglio di tanti altri capi di Stato stranieri.

Il tessuto della città - leggo - è fatto di giornali e di giornalismo, nemmeno a New York se ne pubblicano tanti. Ma come giudica la loro qualità in termini di obiettività e indipendenza?
Come per ogni altro aspetto di Londra, il suo giornalismo offre di tutto: il meglio, il 'Financial Times', miglior quotidiano d’Europa, e il peggio, i tabloid scandalistici che raccontano balle pur di avere un titolone in prima pagina. Ma ai lettori è ben chiaro cosa comprano: possono scegliere tra informazione autorevole e intrattenimento da pub.

Secondo una stima, vi sono a Londra diecimila volpi. Quali problemi creano?
Molto raramente, gravi problemi: una volpe è entrata in una casa e ha azzannato un bebè, lo scorso anno. Per lo più rovistano nei rifiuti e li spargono intorno. Si dice diffondano malattie, ma non ho letto di persone ammalatesi per causa loro. Una volta una è passata davanti al 10 di Downing street, pochi giorni dopo che Blair aveva messo al bando la caccia alla volpe. Forse voleva ringraziarlo.

Londra Babilonia
    Laterza, pag. 175, € 15,00

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