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Stefano Lecchini

 Nato dall’onda anomala dello tsunami che, a Natale 2004, sconvolse le spiagge dell’Oceano indiano, anche quest’ultimo libro di Emmanuel Carrère («Vite che non sono la mia», Einaudi) è - suo modo - un testo anomalo. Non siamo nella fiction, tutt'altro: perché, al modo del precedente «La vita come un romanzo russo», Carrère racconta un’altra tranche del suo tempo recente - per l’esattezza, i mesi che vanno da quella drammatica vacanza natalizia nello Sri Lanka, con la compagna del momento, Hélène, e i due figli avuti dai rispettivi precedenti matrimoni, fino ai giorni di prima estate dell’anno seguente, quando la sorella di Hélène muore di cancro a soli trentatré anni. Ma la peculiarità del libro, all’interno della parabola letteraria del miglior narratore contemporaneo d’oltralpe, non sta in questo marcato carattere autobiografico. A prescindere dal fatto che anche ogni biografia, in quanto Letteratura, resta per suo stesso statuto «immaginaria», autobiografico era comunque, oltre a «La vita come un romanzo russo», «Facciamo un gioco»: mentre quali impareggiabili racconti di vita altrui continuano a stagliarsi «Io sono vivo, voi siete morti», definitivo omaggio al genio meravigliosamente maligno che impresse le sue ossessioni e i suoi incubi su tutta la prima parte dell’esistenza di Carrère, Philip K. Dick, e «L'avversario», dove si ricostruiva l’agghiacciante vicenda di Jean Claude Romand, l’uomo che per 18 anni riuscì a ingannare famigliari e vicini facendogli credere di possedere una laurea e di esercitare una professione viceversa inesistenti, e finendo per tentare di soffocare ogni disvelamento nel sangue. No. I motivi per cui questo libro è diverso sono altri. E’ Carrère a presentarsi radicalmente mutato. L’oscuro, incrinato cantore dell’indecidibile ambiguità del «reale», non si sa come né quando ma sembra aver trovato un suo punto di svolta e, ciò che più conta, di equilibrio. Quella che ci viene incontro è una voce non si dirà pacificata, ma sorprendentemente capace di affidarsi alla pura evidenza di ciò che un tempo sembrava nascondere abissali, insondabili, indicibili enigmi - mortali. Questa evidenza non è comunque priva di dolore. La tragedia (una giovane coppia che ha perso la figlioletta nel vortice dello tsunami e si affida alla solidarietà di un’altra coppia, meno giovane e in crisi; la morte dolorosissima della sorella di Hélène) stringe da ogni parte le pagine del libro. Ciò malgrado, il bisturi di Carrère affonda in queste piaghe senza lasciarsene sgomentare e travolgere. E non è la lucidità dello sguardo a impressionare (ci eravamo abituati), né la sua capacità di tradursi in una prosa adamantina, svelta e complessa, miracolosamente attenta al particolare, alle cose e all’ombra delle cose (come il cancro è quell'ombra di noi stessi che, volpe o ratto, ci divora da dentro) - ma il «pathos», la «pietas» ormai senza riserve, quasi che Carrère si fosse scrollato di dosso, non è dato sapere con quanto travaglio, il suo destino di esiliato dalle regioni privilegiate dell’Essere, per schiudersi definitivamente alla luce della compassione e dell’amore: «Sono stato a lungo infelice, e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino, e della sua amabilità non ho un grande merito, la mia filosofia si riassume nella frase che, la sera dell’incoronazione, avrebbe mormorato Madame Letizia, la madre di Napoleone: Speriamo che duri». Così Carrère investiga con un puntiglio che gli fa onore, in quanto - pur essendo consapevole che ciascuno di noi resta incapsulato in quella che, al momento, è la sua vita e solo la sua vita - confida che, raccogliendo ogni minima sfumatura delle vite altrui, a queste vite possa essere resa giustizia. E non è un caso che parlando del magnifico rapporto (di innamoramento inespresso) che lega il giudice Étienne alla collega Juliette, la sorella di Hélène (entrambi rimasti zoppi perché entrambi, seppur in tempi diversi, aggrediti dal cancro), Carrère si dilunghi a esaminare nei dettagli alcune delle cause che avevano affrontato insieme nel nome del riscatto «giurisdizionale» dei più deboli. Ammettiamolo: almeno ai tempi dell’inquietantissimo esordio di «Baffi» (1986) forse non sarebbe accaduto. Qui la ferita, la «faglia» che sconcia le nostre vite, può essere indagata nella consistenza della sua lealtà ontologica. Nessun sospetto che vi sia dietro chissà quale atroce beffa metafisica. Solo il corrompersi e lo sparire, «naturale» per quanto ingiusto e feroce, dei corpi, e del soffio irripetibile che li aveva animati. E, ancora, lo strazio di chi deve affrontare il vuoto che ne resta - vuoto cui questo libro esemplare cerca di offrire, dal fragile equilibrio della sua felicità conquistata, niente più che un’umile, radiosa, commossa apertura, capace di lenire quel che può essere ancora lenito. s
Vite che non sono la mia
Einaudi, pag. 236,  20,00

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