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Camicia rossa e penna

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 di Paolo Ferrandi

 

Per molti italiani il nome associato alla nascita del «Corriere della Sera», il più autorevole e venduto quotidiano italiano, è quello di Luigi Albertini, il giornalista che portò all’inizio del secolo scorso il giornale milanese al primato e che fu - assieme al fratello Alberto - costretto ad abbandonare la sua «creatura» dal fascismo. Benito Mussolini, ormai al potere e il cui movimento stava consolidandosi in regime, infatti, costrinse i fratelli Crespi, proprietari della maggioranza delle quote societarie del «Corriere», a sbarazzarsi di Albertini, considerato un giornalista troppo indipendente per sopportare la mordacchia che stava per essere imposta a tutta la stampa italiana. Non molti sanno, però, che il «Corriere della Sera» fu fondato il 5 marzo del 1876, molti anni prima dell’arrivo di Albertini a Milano, da un giornalista di origini napoletane, Eugenio Torelli Viollier. Fu Torelli, tra l’altro, ad assumere Albertini al «Corriere» nel 1896 come segretario di redazione e a far capire - poco prima della sua morte, avvenuta il 26 aprile 1900 - di considerarlo il suo successore. Il libro di Massimo Nava, che ricostruisce la vita avventurosa di Torelli Viollier, colma quindi un importante vuoto, anche perché il «Corriere» di Albertini non è pensabile senza il «Corriere» di Torelli Viollier; anzi, per molti versi, Albertini porta a compimento il disegno originario di Torelli, cioè quello di fare un quotidiano «conservatore e moderato, ma al tempo stesso attento al progresso» come auspicato dalla dichiarazione d’intenti scritta dal fondatore sul primo numero del giornale.  Nava descrive, però, anche la prima parte della vita di Torelli che - nato a Napoli il 26 marzo 1842 e rimasto orfano giovanissimo - fu allevato, assieme ai fratelli, dalla sorellastra Luisa. Il giovane nel 1860 si unì ai garibaldini e prese parte alla campagna che portò alla fine dello stato borbonico. Per un breve periodo entrò a far parte della pubblica amministrazione, ma la svolta della sua vita fu l’incontro con Alexandre Dumas padre. Lo scrittore francese, infatti, aveva seguito la spedizione di Garibaldi ed era diventato direttore di un quotidiano pubblicato a Napoli, l’«Indipendente». Torelli, che era di madre francese, divenne il suo segretario personale, una specie di factotum che si occupava di tutto: dal disbrigo della corrispondenza, alla traduzione degli articoli di Dumas; dalla cura delle pratiche amministrative, alla fattura del giornale. L’«Indipendente» era dominato dalla statura gigantesca del direttore e - per la maggior parte «fatto con le forbici», cioè prendendo le notizie dalle altre gazzette - viveva grazie gli articoli di Dumas, che con il suo stile denso e torrenziale, costituiva la vera attrattiva per i lettori. Il quotidiano, naturalmente, non era autonomo dal punto di vista finanziario e dipendeva dai soldi messi a disposizione da Garibaldi. Quando il progetto mostrò la corda, Dumas decise di tornare a Parigi e Torelli lo seguì. Il giovane patriota napoletano venne in contatto con un ambiente cosmopolita e cominciò a capire - grazie all’esempio dei quotidiani che si pubblicavano nella capitale francese - che il giornalismo stava professionalizzandosi e che l’editoria poteva diventare un’importante attività industriale. Torelli decise di lasciare il lavoro con Dumas, che progettava un viaggio negli Stati Uniti, e, accentando un’offerta di Sonzogno che aveva conosciuto a Parigi, tornò in Italia e si trasferì a Milano come direttore di due riviste dell’editore milanese. La prima direzione di Torelli non ebbe il successo sperato e ben presto il giornalista napoletano si ritrovò redattore del «Secolo», il quotidiano più importante di Milano, sempre di proprietà di Sonzogno. Ma l’orientamento progressista e «scapigliato» della testata non si addiceva al suo carattere e alle sue convinzioni, che con gli anni erano diventate sempre più moderate, quindi Torelli se ne andò, innescando una polemica con la redazione del «Secolo» che con l’andare degli anni assunse toni sempre più personali e sgradevoli, tra accuse, cause in tribunale e duelli al primo sangue. Alla fine, dopo alcuni anni difficili, Torelli ebbe l’opportunità di diventare direttore di un giornale nuovo, il «Corriere della Sera», appunto. Il libro di Nava, però, non ricostruisce solo la vita professionale di Torelli, le sue idee che stanno alla base della professionalizzazione - sull'esempio inglese e francese - del giornalismo italiano, ma tratteggia con molta finezza anche la difficile vita privata del giornalista, il matrimonio fallito con Maria Antonietta Torriani - giornalista e scrittrice che si firmava con lo pseudonimo di Marchesa Colombi -, il suicidio penosissimo di una giovane nipote, i lunghi soggiorni al lago o nelle località più alla moda (soprattutto a Salsomaggiore), la malattia agli occhi che alla fine lo costringerà - assieme alle divergenze con una parte della redazione - a lasciare la direzione del «Corriere». Eugenio Torelli Viollier morì il 26 aprile 1900, all’alba del nuovo secolo, per un attacco cardiaco. Il «Corriere della Sera» sotto la sua direzione era diventato adulto. Albertini lo avrebbe fatto diventare grande. 

Il garibaldino che fece -  il Corriere della Sera - Rizzoli, pag. 28419,50

 

 

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