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Il racconto della domenica - Tra le rughe della memoria

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Marta Silvi Bergamaschi

Ore otto. Non ricordava esattamente quale giorno di maggio fosse: non importa, pensò Manuela. Infilò uno dei suoi borghi preferiti e prese a camminare. Le case allineate basse, le persiane antiche spalancate, i davanzali fioriti di colori accesi, le severe porte chiuse le procuravano un senso di pace. Nessuna stravaganza edilizia aveva disturbato la semplice austera bellezza delle vetuste case. Per fortuna! Ma dove era diretta Manuela? «Si deve utilizzare il tempo giacché rapidi fuggono i giorni». Parole di Ovidio. Ha perfettamente ragione. «Utendum est aetate… ecc». Manuela s’inceppa: pazienza! Innamorata del primo mattino, percorreva i borghi dove ancora esistevano piccoli negozi amici a quell’ora non aperti. L’estate imminente già si dondolava lieve nell’aria, come una neonata farfalla. Ed ecco uscire da un portone spalancato, cupo e solitario, un intenso, secco odore di polvere misto a un languore dolce, lontanissimo e così vicino che le salì in gola. Un rigurgito del passato che non riusciva a razionalizzare? Sentì dentro se stessa un minuscolo sorcio che cercava di afferrare un dono prezioso: frugava e incontrava nei fluidi cieli della memoria vaghi ghirigori, dorate fantasie.
Manuela udì improvvisa la voce di sua madre: la bella, limpida voce, giovane e armoniosa. «Ti raccomando le bambine - diceva a una cugina più grande di lei e di sua sorella, la cugina anziana, la chiamavano: aveva forse vent’anni _ il bagno sia corto, cortissimo. E’ maggio, ancora non è estate, lo sai bene». Andavano al fiume, un chilometro circa fuori paese. Le biciclette erano pronte, cariche di borse gonfie di salviette e di merende. Quale dono prezioso! Il fiume splendido e misterioso scorreva limpido tra bianchi sassi e cespugli di fiori selvatici. E i boschi, dove profumavano lunghi grappoli di gaggie e crescevano piante di amarene e more e uva spina (gratuiti regali dell’intonsa natura) pareva lo volessero proteggere da voci e presenze. Il fiume! L’amico più caro, luogo di giochi, di libertà e di gioia. Appena fuori paese aspettava Filiberto, l’amico di Rosa «la cugina anziana». Filiberto mostrava, con dignitosa spavalderia, una nuova bicicletta a motore. Toccava uno strano «arnese» e … via , la bicicletta andava senza bisogno di pedalare. Filiberto diceva: «Ecco, vi presento il mio motorino». Si esibiva in brevi corse, in frenate improvvise: loro guardavano ammirate sulla strada di polvere, che s’alzava da terra soffice come borotalco con l’odore secco, arso che preannunciava l’estate. Il grano era già alto, le spighe gonfie, con un lento ondeggiar delle reste , evocavano il candido, gonfio pane che si faceva in casa: e il forno di Ovidio lo cuoceva. Manuela era felice, così felice di vivere che prese a cantare. La sua voce volò sui prati, lungo la strada stupita: brani di canzoni erano sospesi nell’aria come bolle di sapone. Quindi si fermò e riprendendo a cantare, chiese a Filiberto: «Me – lo – fai – provare – il – tuo – motorino?» – Calò un attimo di silenzio. Si fermarono lungo l’argine, sotto un sole alto e rosso come un’arancia matura. La sorellina di Manuela, Clio, scrollava la testa, le lunghe trecce dondolavano come due serpentelli, i grandi occhi castani s’incupirono. Clio era preoccupata. Filiberto e Rosa decisero che Manuela sarebbe salita sul motorino. Infatti ci salì e dopo pochi metri, cadde, proprio davanti agli enormi zoccoli di un paio di buoi che trainavano un carro, un urlo tagliò l’intatto silenzio. Filiberto corse, la rialzò, i capelli e il viso bianchi di polvere, un ginocchio malamente ferito. Addio fantastico fiume!
Tornarono a casa. La mamma le fece il bagno, la disinfettò; un’alta fascia bianca le ornò il ginocchio. Lei ne era fiera. Non aveva pianto. Mi sono fatta male, pensò. Ne era contenta. Era, di colpo, diventata grande! Ora che una vita era trascorsa Manuela si chiese: perché ero contenta? Nessuna risposta. Concluse: i bambini sono imprevedibili. E, tra le rughe della memoria, i ricordi diventano sprazzi luminosi, fiumi d’immaginazione, sogni bellissimi e strazianti. L’accompagnarono lungo il borgo quel mattino di maggio così celeste e intenso.

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