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Gli "everymen" di Bill T. Jones

Gli "everymen" di Bill T. Jones
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Eleonora Bianchi
 Trattandosi di un intellettuale della danza come Bill T. Jones, passato con coerenza e incisività attraverso spettacoli che erano in realtà battaglie sociali e politiche, non poteva esserci retorica nella sua nuova creazione, «Fondly Do We Hope, Fervently Do We Pray» - secondo appuntamento del festival ParmaDanza del Teatro Regio.
Eppure era difficile esimersi dal rischio di un’agiografia, visto che ad ispirare lo spettacolo -  creato oltretutto su commissione, in occasione del bicentenario della nascita - è la figura di Abramo Lincoln, il presidente che più ha segnato la storia americana.  Invece Bill T. Jones e i suoi interpreti - danzatori e musicisti, tutti in scena - scelgono sì di dare voce al sedicesimo presidente degli Stati Uniti, ma anche alle figure di tanti americani comuni, everyman di ieri, oggi e domani, che come lui credono semplicemente in «un lavoro incompiuto» al quale bisogna dedicarsi, fiduciosi «nei grandi uomini e nelle grandi donne», «anche se certe cose non cambiano mai».
 Ognuno di loro ha voce, in un paese che sembra ancora dare chances a chi le merita, e soprattutto, nello spettacolo di Bill T. Jones, ha un corpo che parla ancor più delle parole sulle quali danza: uomini, donne, neri, asiatici, bianchi. Ispirati dall’afflato etico degli spirituals neri, dei discorsi di Lincoln, delle poesie di Whitman, gli assoli ci fanno ammirare, nella loro possenza, tutta l’inconsueta bellezza e la nuova armonia dei corpi della danza americana, mentre i gruppi che si elettrizzano al suono delle ballate folk o si abbandonano alle note di Mendelssohn hanno una languida scultoreità. Che emergere con forza quieta in uno spettacolo in cui la danza è racchiusa in una drammaturgia testuale, musicale e visiva predominante.
Né «Fondly Do We Hope, Fervently Do We Pray» è un’esaltazione dello spirito americano - connaturata nei cittadini statunitensi, quasi incomprensibile a noi europei - perché troppo pesante è l’inesorabilità delle cadute della storia e la colpevole fragilità delle sue figure: i dibattiti dell’epoca su cosa fare degli schiavi africani sembrano quelli sugli immigrati di oggi, mentre di Lincoln come della moglie Mary Todd non si nascondono le bassezze.
In tal modo questo spettacolo ci restituisce la ritrovata fierezza di Bill T. Jones, dei suoi artisti e di tanti come loro di essere americani, oggi che un presidente nero, ideale erede di quel Lincoln che abrogò la schiavitù, siede alla Casa Bianca. Sembra di vederlo, nell’attore alto, bello e dalla voce profonda che in abiti presidenziali d’epoca fa da doppio al danzatore che impersona Lincoln. Mentre per un attimo, dietro al duetto quasi classico di Lincoln e Mary, si scorge quell’emozionato lento che danzarono Obama e Michelle alla festa dell’elezione.
Così che in fondo pare essere proprio questo il cuore emotivo dello spettacolo: il riscatto di quello che gli americani considerano il loro peccato originale: la schiavitù razziale. «La schiavitù è passato remoto, qualcosa che lui non può ricordare ma che, in qualche modo, non può dimenticare» recita in «Fondly Do We Hope, Fervently Do We Pray»  la biografia di un artista afroamericano che somiglia tanto a Bill T. Jones.
 

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