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Mattioli, omaggio in Vaticano

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Stefania Provinciali
Sono passati cent'anni da quell' 8 maggio del 1911, anno in cui nasce a Modena Carlo Mattioli, figlio di un insegnante di disegno e nipote di un decoratore. Nel 1925 si trasferisce con i genitori a Parma dove studia all’Istituto d’Arte Toschi. Dopo il diploma, insegna disegno, prima in Istria e in Toscana, poi a Parma, a Firenze e a Bologna senza mai lasciare Parma che diverrà sua città d’adozione. Qui incontra il grande amore della sua vita e si sposa. Qui, frequentando l’ambiente culturale, incontra un gruppo di giovani intellettuali tra i quali Mario Luzi, Oreste Macrì, Attilio Bertolucci, Ugo Guanda, iniziando in quest’ambito a maturare l’interesse per i capolavori della letteratura italiana ed europea che costituirà una chiave di lettura del suo intero percorso artistico. Durante tutto l’arco della sua attività si rivelerà, infatti, molto forte il rapporto di Mattioli con i letterati e soprattutto con i poeti, che diventeranno, per consapevole scelta, i veri interpreti delle sue opere. La sua vastissima e profonda cultura figurativa, che spazia dal Romanico padano e, attraverso il manierismo, Rembrandt e Goya approda a Fautrier e all’Espressionismo tedesco, si arricchirà con l’incontro fondamentale, sia sul piano artistico che umano, con Roberto Longhi che proporrà alla sua attenzione e al suo studio nuove aree artistiche, prima neglette dalla critica. Coerentemente mai schierato in nessuna corrente o movimento artistico, convinto della propria libertà ed autonomia rispetto ad ideologie culturali e politiche e a scelte di convenienza di mercato, ha preferito vivere e lavorare a Parma senza per questo chiudersi alla «modernità», anzi, rimanendo fortemente aperto alle principali questioni artistiche che hanno accompagnato il suo tempo, come la dialettica fra figurazione ed astrattismo e l’Informale. La natura e la «storia dell’arte», intesa come storia della pittura in sé, creazione dell’immagine, svincolata da ogni ideologia e relazione teorico-filosofica, rimarranno sempre al centro della sua meditazione e della sua attività artistica. Nel 1943, su sollecitazione di Ottone Rosai, tiene la sua prima personale alla Galleria del Fiore di Firenze con presentazione di Alessandro Parronchi, mentre esporrà continuativamente alle Biennali di Venezia dal '48 al '56, anno questo in cui riceve dalla giuria presieduta da Roberto Longhi il premio per il Disegno. Risolta tra incomprensioni è invece la Biennale del '68, anno in cui partecipa e lascia, su aperta richiesta di chi voleva chiudere la manifestazione. E’ qui che subisce il torto di vedersi «rubare» la sala da un altro artista dopo il suo ritiro per coerenza rispetto ai tempi. Dai primi anni Sessanta all’opera grafica si affianca sempre più quella pittorica. Nascono i nudi, i ritratti e le nature morte. L’artista procede per cicli che, pur avendo caratteri propri, tuttavia non sono mai chiusi ma confluenti, collegati gli uni agli altri, in un gioco di rimandi e rielaborazioni. Negli anni Settanta una rinnovata attenzione al paesaggio lo porta a dipingere i notturni, i cieli e le spiagge; e ancora i campi di papaveri, i campi di lavanda, le ginestre e gli alberi. Nel 1983 il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma riceve dall’artista un’imponente donazione: quaranta opere ad olio, duecentocinquanta tecniche miste e centocinquanta grafiche acquerellate. Sono tra le opere che Mattioli considera il culmine espressivo della propria produzione e che intendeva lasciare all’Università perché fossero esposte e godute dalla città tutta. Carlo Mattioli si spegne a Parma il 12 luglio 1994. Viene accompagnato alla sepoltura dalla popolazione di Parma, in un lungo percorso attraverso le strade del centro cittadino. Tra le diverse mostre postume la Fondazione Magnani Rocca lo ricorderà nel 1995 con un’antologica di grande respiro a cui seguiranno mostre internazionali. Ma al di là delle parole e delle date a parlare del vero Mattioli sono le opere: tele, tavole, carte che raccontano la straordinaria quotidianità di un grande artista e di un fine intellettuale. Opere che, come cartine tornasole, mutano tavolozza con il progredire delle stagioni della vita, trapassando ad un bianco e nero assoluti da cui solo il sorriso di una bimba, l’amata nipote, farà riemergere per un attimo i colori d’un tempo, ormai sopiti. «Dove mi porti mia arte?/ In che remoto/ deserto territorio / a un tratto mi sbalestri?»: l’interrogativo che Mario Luzi, amico di una vita, gli coniuga, ben rappresenta l’unicità di Mattioli uomo e Mattioli straordinario, intenso pittore. A Parma Carlo Mattioli ha donato una vasta produzione alle chiese come testimonianza dell’amore per la città realizzando crocifissi, vetrate, sculture e mosaici, in Santa Maria della Pace, in Sant'Andrea in Antoniano, in Santa Croce, in Santa Maria del Rosario, in San Giovanni, in Santa Lucia. Roma e il Vaticano celebreranno l’artista, nel centenario della nascita, con una ampia retrospettiva che sarà ospitata, dal 15 settembre al 13 novembre, nel Braccio di Carlo Magno. Per Mattioli sarà un ritorno all’ombra di San Pietro visto che qui è stato tra i protagonisti, giusto 34 anni fa, della storica mostra "Gli artisti contemporanei a Paolo VI" che aveva dato vita alla sezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani. L'esposizione, coordinata da Giovanni Morello e curata da Maurizio Calvesi, Augusta Monferini, Antonio Paolucci, Antonio Natali e Gloria Bianchino intende celebrare uno dei grandi del Novecento italiano, un artista che dimostrando sensibilità modernissima e attenzione alle nuove tendenze, ha, con assoluta coerenza, perseguito una poetica ed una tecnica che non hanno mai abbandonato i mezzi tradizionali della "pittura".
 

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