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Torna il Salone del libro

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 di Francesco  Mannoni

La ventiquattresima edizione del Salone Internazionale del Libro, che si svolgerà a Torino da domani a lunedì, ha già polverizzato tutti i record precedenti ancor prima di aprire i cancelli. 
Aumentati il numero degli editori e degli scrittori, dei locali a disposizione della manifestazione, e dei visitatori che affolleranno il Lingotto, previsti in numero abbondantemente superiore alle 300mila   presenze del 2010. Ne parliamo con Ernesto Ferrero, storico direttore della grande kermesse. 

Ferrero, i numeri di quest’anno sono tutti al rialzo a cominciare dagli editori presenti, ben 1500, 123 in più rispetto al 2010: un nuovo anno di traguardi per il Salone che da sempre macina traguardi?
Sì, e con loro sedici regioni italiane, oltre 1.300 eventi grandi e piccoli, dentro e fuori il Salone, che prosegue anche in città, con il solito cast di ospiti famosi ma anche di emergenti che cerchiamo di valorizzare, lo spazio ragazzi con un programma speciale disegnato da Andrea Bajani. Tanti incontri e dibattiti, musica, spettacolo. Ma i numeri dei record non dicono tutto. Non dicono l’aria di festa che si respira al Lingotto, la qualità dei visitatori, che vanno a frugare con grande competenza nei cataloghi di editori grandi e piccoli, e partecipano con appassionata intensità agli incontri. Ormai lo sappiamo: se l’offerta culturale è buona, la risposta è ottima. Quest’anno il Salone del Libro presenta alcune novità, come la mostra  «1861 - 2011. L’Italia dei libri» per i 150 anni dell’Unità d’Italia e il nuovo padiglione Oval. Novità tutte interessanti che danno la misura della continua volontà di rinnovamento che anima voi organizzatori e curatori. 

Che cosa vi proponete con queste «aggiunte»?
L'acquisizione del padiglione olimpico, che è anche molto bello architettonicamente, ci consente più spazio e respiro, e ci offre l’occasione di ospitare una mostra molto suggestiva, che racconta attraverso la lente dei libri questi 150 anni attraverso le opere e gli autori più significativi. Ne esce un panorama lusinghiero: la cultura e l’editoria italiana, che era partita quasi da zero, sono di livello europeo. Possiamo essere (sobriamente) orgogliosi dei nostri antenati. Molti anniversari saranno festeggiati quest’anno a Torino: Emilio Salgari, Pellegrino Artusi, Louis - Ferdinand Céline, Max Frisch.

In che modo li ricorderete?
Nel modo migliore e più semplice, leggendo le loro pagine più belle con la voce di gradi attori, come Anna Bonaiuto o Giuseppe Battiston.

La Russia, Paese ospite d’onore, promette nomi importanti e tantissime novità. Qual è, secondo lei, la linea letteraria che è emersa con maggiore evidenza dalla Russia post sovietica?

Gli scrittori russi hanno davanti un doppio compito in cui passato e presente si saldano: fare i conti con il Novecento e misurarsi con un oggi dominato da una sorta di rassegnazione di fronte ai guasti della deriva oligarchica. L’Unione Sovietica ha prodotto nei suoi sudditi una capillare devastazione morale che è lungi dall’essere sanata e anzi continua a produrre metastasi. In questo senso le rappresentazioni che ne danno autori come Viktor Erofeev (Einaudi), Elena Cizova (Mondadori), Aleksandr Terekhov (e/o), che racconta la smania di potere nell’entourage staliniano sono esemplari, e non lasciano molto margine all’ottimismo. Poi ci sono autori che vengono dal giornalismo, bravissimi, di un coraggio leonino, come Yulia Latynina (Marco Tropea) e Valerij Panjuskhin (e/o), che racconta la vita grama dei dissidenti, vessati in stile KGB. Altri scrittori più giovani scelgono i registri della deformazione, del grottesco, del favoloso e dell’onirico come Marian Petrosjan (Salani). Nel complesso, emerge l’immagine di una letteratura per niente rassegnata al peggio, «necessaria», che tenta un’estrema difesa delle ragioni dell’umano. Altro paese ospite, la Palestina è presente con la sua cultura letteraria in cui, a causa della situazione della zona, la politica è ben presente nelle opere degli scrittori. 

Quali sono le voci più convincenti?
Questa partecipazione cade proprio nel momento in cui i due principali movimenti, Al Fatah e Hamas, hanno deciso di riconciliarsi e tentare la costituzione di uno Stato che manca da cinquant'anni. Sarà dunque l’occasione per parlarne con storici, saggisti e uomini politici come Ilan Pappé, Jamil Hilal e Sari Nusseibeh. Ma anche di ascoltare poeti e scrittori come Suad Amiry, che ha raccontato cosa significhi ogni giorno la vita sotto occupazione di un gruppo di operai. Alla letteratura tocca come sempre tenere vigile la coscienza critica, ma anche gettare ponti, tentare il dialogo con l’altro.

Manifestazioni come questa del Salone del libro, che tipo di bilanci suggeriscono e quali prospettive lasciano intravedere per l’editoria italiana?
La foto di gruppo dell’editoria italiana mi sembra confortante. L’ebook cambierà il nostro modo di pensare, leggere, scrivere, ma non sarò uno tsunami e non manderà in pensione il vecchio, caro supporto cartaceo. L’editoria tiene, forse perché da sempre è abituata ai tempi difficili, a comportarsi da saggia formica operosa. Spero che passi presto la legge che disciplina gli sconti, perché altrimenti i librai indipendenti sono a rischio, e con loro tanti piccoli (e bravi) editori, che continuano a battersi con coraggio e passione, a fare ricerca. Sarebbe una perdita grave per tutti, un altro segno di regressione, di degrado civile. Quanto ci vorrà ancora per capire che questo Paese, che gode del patrimonio unico al mondo di una cultura immensa, nelle arti, in musica e letteratura, si potrà salvare solo ricominciando a investire (oculatamente) in cultura? 

 

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