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Giallo, lente sul passato

Giallo, lente sul passato
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Giuseppe Marchetti

Il nuovo romanzo di Domenico Cacopardo «Agrò e la scomparsa di Omber» edito da Marsilio come il precedente «Agrò e la deliziosa vedova Carpino», reca in apertura un elenco con «Le persone della storia» che si muovono tra queste pagine, alcune da protagoniste e altre invece da comparse o da personaggi minori. L'elenco è già di per sé un romanzo testimoniando dal vivo non solo l'originalità della narrazione e del suo meccanismo, ma soprattutto la curiosità con la quale Cacopardo ha condotto a fondo il racconto. Poiché davvero di romanzo si tratta. Di romanzo giallo, se si vuole, ma non sciattamente giallo. Del resto, la presenza di Italo Agrò, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, è una garanzia alla quale l'autore si è già più volte affidato non in una scontata replica di fatti e occasioni, bensì con la certezza che il personaggio regge rafforzando la struttura del libro e la sua autenticità letteraria. Come sempre accade nelle storie di Cacopardo, anche «Agrò e la scomparsa di Omber»  - verrà presentato giovedì 19 maggio alle 18 al Circolo di Lettura - porta in sé una forte connotazione politica, o, per dir meglio, una forte connotazione circa gli avvenimenti politici che accadono in parallelo con le vicende narrate. Dunque, mentre Agrò s'interessa del caso Omber Pagliotta, Cacopardo ci parla di De Mita e Spadolini, di Craxi e di Gianni Agnelli, di Pinin Farina e dell'immancabile crisi di governo annunciata e poi rimandata, e compare, anzi ricompare, Abramo Carpino, socio del Pagliotta, e persino la critica d'arte di ispirazione «postmoderna» secondo la definizione di Achille Bonito Oliva. Questi dati li citiamo per dire quanto attento sia il narratore al clima generale entro cui il romanzo prende forma e si svolge: clima che si libera dall'ossessione acida di tante vicende solo ostinatamente «gialle» o nere, per riportarci anche verso Botteghe Oscure, Via del Corso, il Pds e il Psi e le loro epoche. Dalle quali questo romanzo è anche una ambigua configurazione che ne recupera le atmosfere sociali e politiche seppure in maniera non troppo esposta. Perché non dobbiamo mai dimenticare che Domenico Cacopardo è stato un influente e ascoltato consigliere di Stato e direttore del Magistrato per il Po di Parma e del Magistrato delle Acque di Venezia. Ma soprattutto acuto e malizioso indagatore di un mondo borghese e di un mondo di poliziotti e di magistrati che nelle vicende di Agrò emerge con particolare, nitida e incontrovertibile precisione. Anche in queste nuove pagine il puntiglio del narratore è quanto mai incisivo, le vicende sono descritte quasi come referti medici e spesso si ha la sensazione di essere noi al centro di tali vicende e testimoni anche delle più piccole e quotidiane occasioni. Dicevamo dei personaggi principali e secondari del romanzo e dei loro ruoli, cioè di come vengono usati dallo scrittore, fatti parlare e muovere. Cacopardo possiede, in proposito, una straordinaria capacità di coinvolgimento, vale a dire l'abilità di tracciare per ciascuno di loro una mappa molto precisa di gesti, parole e atteggiamenti, sino ai minimi particolari, dall'ora delle azioni d'investigazione e di polizia ad altre osservazioni sui comportamenti degli accusati, dei sospettati, dei poliziotti e dei cosidetti esterni alle vicende. Una mappa che poi si lega a quella delle strade, delle piazze e dei ristoranti romani dove, durante i pasti o gli spuntini, le indagini proseguono. Cacopardo, poi alla fine ci sorprende con la «Nota finale» che fa entrare nel romanzo la lettura dell'amato Michel Houellebecq, contestatissimo romanziere francese con il suo «La carta e il territorio». Anche in questo confronto a distanza, Agrò  e i suoi risaltano per limpidezza e coerenza psicologica, mentre un vecchio scompiglia d'un tratto le ultime certezze e fa ricomparire il mistero, l'ombra del padre del procuratore.
Agrò e la scomparsa di Omber,
Marsilio ed., pag. 311,  19,00

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