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Tenera, splendida, dolcissima Audrey

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di Rita Guidi

Il tubino nero non avrebbe lo stesso charme se non l’avesse indossato lei. Incantevole Sabrina, signora di Tiffany, principessa romana...  Eppure Audrey Hepburn è un mistero di bellezza ribelle ai dettami degli anni Cinquanta: asciutta e «cerbiatta», vince il prorompente gioco delle misure - diktat vecchio e nuovo come il mondo - con un semplice battito di ciglia. Forse perché Audrey è Audrey. La diva diversa. Figlia di un mito e di un destino per caso al quale impone, sempre, se stessa.  La vedete? A passeggio per Wall Street, sottile come lo sky-line della grande mela, Audrey è Audrey. Sola e stretta in fuseaux, pullover nero e ballerine (già, anche le ballerine... per quel suo stile del tutto personale, come ricorda l’amico Hubert de Givenchy in prefazione ), inconfondibile nel look e nello sguardo.

E lo è in questa foto come in ogni altra di questo volume patinato e prezioso come uno scrigno che potrà svelarla. «Audrey Hepburn - L’intramontabile fascino dell’eleganza» (Edizioni White Star, da domani in vendita con la Gazzetta a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano) è infatti una sfilata di immagini, a cura di Yann-Brice Dherbier, come poche altre utile a leggerne, insieme all’apparenza, la vita. Una vita diversa, che mai Audrey dimentica, ma alla quale risponde con lo splendore caparbio del suo smagliante sorriso.  Una madre senza abbracci, un padre che le abbandona quando ha appena sei anni, la piccola Audrey lotta contro la durezza del vivere, la salute fragile, le crisi bulimiche.  Come si legge nell’accurata biografia di Axelle Emden: «E' una tragedia dalla quale credo di non essermi mai rimessa - ammetterà da adulta - Io lo veneravo e mi è terribilmente mancato dal giorno in cui è sparito (...) invidiavo sempre alle altre i loro padri e rientravo a casa in lacrime perché loro avevano un papà...». Sarà per questo che di sue foto, da piccola, ne resta solo una? Frangetta e guanciotte, il suo sguardo sorpreso è già riconoscibile, anche se è stata scattata solo un anno dopo quel 4 maggio 1929, in cui, a Bruxelles, vide la luce («Bambina magnifica secondo l’entourage della famiglia - si legge sempre nella biografia - con gli occhi più belli e sorridenti che si siano mai visti»). Poi? E' già una ragazzina (assurdamente bionda in una foto di scena) che danza. Alla sbarra... sulle punte... è questo il suo sogno davvero. Finito appena una pagina dopo. Troppo alta... poco adatta...

Ma Audrey è Audrey. Col suo difficile vissuto, col suo dolore bambino, con i desideri caparbi e feriti. Con quel suo sorriso luminoso e cerbiatto. «E' quella ragazza alta e magra, con quegli occhi», la indica il regista olandese Van der Linden che la scopre diciottenne alle lezioni di danza della Tarassova. Lui cerca una giovane donna per una particina da hostess nel film «L'olandese in sette lezioni». Lei cerca la sua vita. Ma il futuro è buio come quella cantina che la vide nascosta - piccola messaggera partigiana - per fuggire agli spari, alla morte. E tre giorni sul set non bastano a illuminarlo. Insiste. Borsa di studio a Londra, alla Rambert School, ma la sua tecnica langue. Arrotonda come indossatrice, e intanto annusa la polvere del Mercury e si infila tra le coriste di un musical. Impossibile non notarla... «E' difficile da spiegare. Non era granché - ricorda Cecil Landeau, che, dopo averla vista in scena, la vorrà nel cast di ''Salsa tartara'' - solo due grandi occhi neri e una frangia svolazzante attraverso la scena». E con lui Nickolas Dana, uno dei ballerini, insiste: «Aveva solo una gonna, una camicia, un paio di scarpe e un berretto, ma possedeva quattordici foulard. Quello che poteva fare con quei foulard, una settimana dopo l’altra, non potreste crederlo». Invece sì: basta voltare pagina. Guanti bianchi e bocca rossa, è lo sguardo irresistibile di Sabrina. Sempre lei a ritoccarsi il trucco, in auto con Humphrey Bogart... O birichina sul manubrio della Vespa col Gregory Peck di Vacanze romane... Audrey è più che mai Audrey. Diva diversa anche nell’abitare la vita. Intenta a leggere nel salotto di casa, ripresa da una grande finestra a pianterreno, la bicicletta appoggiata al muro, o in posa col marito Mel Ferrer sotto il pergolato del loro giardino, Audrey costruisce il suo mito con l’irresistibile, inconsapevole carta della semplicità.  Travolgente, complice, ironica, sbarazzina (così la definiscono i suoi partner hollywoodiani), taglia corto (come la sua frangia) su capricci e cliché. Vuole essere donna, vuole essere Audrey, vuole essere moglie e mamma, per regalare ai suoi figli l’infanzia che lei non ha avuto. Ma è un altro passo a due difficile, per lei, come la danza. Troppe volte perde il bimbo che ha in grembo prima di riuscire a sorridere , nel luglio del 1960, con il neonato Sean tra le braccia. E troppa sofferenza stringe tra le braccia dei mille bambini che incontrerà in Africa, per non diventarne la mamma adottiva, ambasciatrice dell’Unicef, sostenitrice indefessa. I capelli raccolti, una felpa bianca e smisurata sul suo corpo sempre magro, Audrey ha lo stesso sguardo, in queste foto. Quegli occhi fragili, profondi. Eleganti e neri, come quel tubino che nessuno come lei saprà mai indossare.
 

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