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Arte-Cultura

Pagine di viaggi e di emozioni

Pagine di viaggi e di emozioni
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 Davide Barilli

Ci sono  viaggiatori che intendono la pagina bianca come reliquiario.  Il moleskine d’ordinanza (e poi, magari, una volta a casa, pure un blog personale) è il loro confessionale. Luogo in cui appiccicare sensazioni, immagini replicanti, stereotipate istantanee di poeticità posticcia. Un memoire formato tascabile, in cui accatastare parole che rimandino a una meta visitata, nel trionfo di una banalizzazione del risaputo, seppur ben scritto. È la sindrome del turista che non si accontenta di percorrere chilometri per individuare un non meglio specificato altrove, ma che vuole lasciare - in realtà - solo tracce del proprio ego. È quello che si può definire il kitsch dello chatwinismo, una sindrome  epigonale  che ha creato un vero e proprio sottogenere in tema di reportage. 
Ma per fortuna la scrittura odeporica offre altre varianti. C’è chi, ad esempio,   cerca di raccogliere  nello sguardo tutto il possibile di ciò che visita, non accontentandosi di trovare in quello che vede un’immediata  risposta al viaggio, ma utilizzando le sue nuove   conoscenze per far scaturire stimoli e interrogativi:   il taccuino – in questo caso – diventa luogo in cui non classificare mondi, ma sconcertare a volte le proprie certezze. È il caso di di «Dune, balene e microchip» – sette anni in giro per il mondo – di Luigi Alfieri (Mup editore).  In questo  libro, composto da scritti pubblicati sulla pagina dei viaggi della Gazzetta di Parma, arricchito dagli straordinari scatti   di Alessandro Gandolfi, fotografo che con il suo estroso occhio sul mondo  sa sintetizzare in una foto l’irripetibilità di un istante,  Luigi Alfieri si dimostra  entomologo dei luoghi con la consapevolezza che non esiste oggi nulla di più scontato che il catalogo   delle simbologie turistiche. 
Nel terzo millennio – e Alfieri, da vero viaggiatore smaliziato lo sa bene – non  si può fare a meno di ricordare, ovunque ci si trovi sbalzati da un aereo,  che il turismo è un’industria fiorente, capace di creare segmenti e nicchie per tutti i gusti. Da google maps che ti consente di «raggiungere» gli antipodi senza muoversi da casa, fino al turismo voyeuristico  sui luoghi dell’orrore, la gabbia in cui essere incasellati è già pronta. Essere addomesticati da uno schema, ridotti a meri esecutori di volontà altrui –  tour operator o opinion leader delle vacanze alla moda che siano –  costringe a reinventare il concetto di viaggio  puro, spostando di continuo le lancette del proprio «andare».  Ci si trova così ad essere in perenne bilico, nel tentativo di mantenere un equilibrio in cui l’autenticità dell’osservazione individuale basti a se stessa. La domanda di fondo è questa: cosa può significare il viaggio in quest’epoca di globalizzazione dove tutto, anche se lontanissimo, sembra apparentemente vicino?  La risposta di Alfieri è in una  parola: sogno. Volare via dalle proprie consuetudini, a volte dalle proprie rigidezze. Decollare verso la diversità. E planare in terre da scoprire (o riscoprire, osservandole con animo puro). In sintesi, stupirsi di continuo. Sia che visiti Cartagena, il Kerala o il deserto bianco egiziano, lo   scopo di Alfieri non è quello di mimare il gesto dello scrittore. Non gli interessa il girovagare a caccia dell’aggettivo, l’esplosione del «colore». Giornalista nell’animo, fedele al ruolo (missione?)  di informare il lettore, Alfieri non si accontenta però di  valorizzare solo la curiosità o un colto approccio divulgativo, ma  rallenta la pagina nell'utopia di una cristallizzazione: appunto, come si diceva, il viaggio puro, non contaminato da pregiudizi o certezze. Viaggiare, in questo caso, è  davvero un atto di libertà assoluta. E per logica  conseguenza, un luogo di felicità. Ciò che ci  circonda, la gente, i sorrisi, il mondo tattile, le sue architetture antiche, i fiumi, gli edifici post industriali,  i frastuoni delle cicale amazzoniche,  gli zoom paesaggistici più esaltanti e segreti  – ci dice Alfieri, raccontando per pennellate e sintesi  le storie, i miti, le leggende, i cibi, le abitudini  – sono miracoli dell’umanità, capolavori del tempo.   Tracce di epoche non da  museificare, ma da  salvare (anche)  attraverso lo squadernarsi   di un baedeker personale come il suo. 
Questo libro non è però (o non solo) una guida turistica. Lo potremmo definire, semmai, un luogo di emozioni. Viaggiare per vedere, per capire, per leggere uomini e paesaggi.  Partendo da Parma con l’animo sgombro, con in tasca un taccuino e una bussola speciale in grado di catturare il cuore segreto dei luoghi.  Alfieri  lavora sulle tappe  del Paesi  visitati  – spesso ricoperti da un’immagine scontata, déjà vu,  testimonianza di un esotico ridotto a icona – leggendone in filigrana lo spirito che, persa l'aura originaria, hanno mantenuto sotto la teca in cui sono state collocate dall’industrializzazione del turismo.  La descrizione di un paesaggio o di un luogo straconosciuto, si sa, rischia di essere   una rassegna di percezioni solidificate. È un rischio che sa di correre, consapevolmente, anche Alfieri. Ma l’autore saltellando tra un emisfero e l’altro del pianeta, alludendo al viaggio di una volta (come ricerca di sé, iniziazione e acculturazione tout court)   che si fa straniamento, facendo affiorare brandelli di memoria, personaggi celebri del passato e anonime comparse del presente, crea un mondo-teatro. Perché sa bene che il vero viaggiatore è colui che ha  imparato a saltare dentro un altro mondo, quello in cui sogno e battito di un tempo antichissimo, quello della natura, vanno in sincrono.  In un'epoca come la nostra dove tutti viaggiano senza vedere nulla o quasi, le pagine  di «Dune, balene e microchip» non sono dunque solo un invito ad avventurarsi, una caleidoscopica e rutilante rassegna di tappe emozionanti  (dal Mali a Cartagena, da Socotra alla Via della Seta) ma  una specie di informatissima  e poetica ricognizione fissata per sempre sui luoghi della memoria e della conoscenza.  
Nel guardare e nel descrivere di Alfieri c'è dunque sempre un vedere che va oltre e in profondità: il presente non esaurisce il  viaggio, si arricchisce in   un disegno che lega le storie alla Storia. Per un grande mosaico  costellato di città, paesi, strade, chiese e opere d'arte,  sentieri, rovine, scavi e naturalmente persone: da  disporre sulla carta, come segni di un  luogo dell'anima che non ha contorni né confini.
Dune, balene e microchip
Mup, pag. 184, 10,80

Domani la presentazione  - Il libro sarà in vendita da venerdì con la Gazzetta, al prezzo di 10,80, più il prezzo del quotidiano. Domani pomeriggio, a Palazzo Sanvitale, la presentazione del volume (ingresso libero). L'appuntamento è alle 17.30, nella Sala delle Feste. La presentazione sarà aperta dai saluti di Gilberto Greci, presidente della Fondazione Monte di Parma, Maurizio Dodi, presidente di Mup Editore, Federico Costa, amministratore delegato della Gazzetta di Parma. Modererà la serata Giuliano Molossi, direttore della Gazzetta. A presentare il libro sarà Viviano Domenici, giornalista del Corriere della Sera. Saranno presenti Luigi Alfieri e Alessandro Gandolfi. La presentazione vedrà la lettura di alcuni brani tratti dal volume ad opera degli attori dell’Argante Studio Paolo Briganti e Mirella Cenni.

Gli autori - Luigi Alfieri (Cella di Palmia, Parma, 1957) è un giornalista di viaggi. E’ stato presidente di Neos, l’associazione che raccoglie giornalisti e fotografi del settore. Ha scritto libri di argomento storico e letterario, di gastronomia e di attualità. Ha realizzato un lungometraggio su temi legati alla tossicodipendenza, trasmesso da Rai Uno. E’ capo redattore della Gazzetta di Parma ed ha collaborato per oltre un decennio con La Stampa di Torino. Ha organizzato mostre fotografiche e convegni sul viaggio, la poesia e la letteratura in generale.
 
Alessandro Gandolfi (Parma, 1970) dal 2001 si dedica al reportage fotogiornalistico. Negli ultimi anni i suoi lavori sono apparsi su diversi giornali e riviste, fra i quali: National Geographic Italia, Meridiani, Airone, Die Zeit, The Sunday Times Magazine, Le Monde, Marie Claire, L’Espresso, Corriere della Sera, Sportweek, Geo, Io Donna, Grazia, Elle. Nel febbraio del 2010 al suo reportage sul sito archeologico di Hierapolis, in Turchia, è stato assegnato il Best Edit Award, il riconoscimento che la redazione del National Geographic dà al miglior servizio uscito sulle edizioni locali della rivista americana.

 

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