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Proust, dolce ossessione

Proust, dolce ossessione
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di Giuseppe Marchetti

Mario Lavagetto non smette di pedinare e di spiare il suo Proust. Dunque, sia detto con un sorriso d'ammirazione, «Quel Marcel!». E così si intitola il più recente lavoro di Lavagetto, edito da Einaudi, l'interessantissimo «Quel Marcel!». Che fatica e che godimento, si potrebbe e dovrebbe aggiungere. Epperò «Questo libro è tutto meno che una biografia», precisa subito il saggista, e aggiunge: «i suoi sette capitoli mi appaiono a posteriori come le tappe di un lungo, e in parte fallimentare, inseguimento iniziato alla fine dell'adolescenza e alimentato da successive letture, da provvisorie rivisitazioni, da approcci ripetuti e, più tardi, da investigazioni minuziose e settoriali compiute in anni diversi e alla presenza (e con l'aiuto) di diversi pubblici di studenti». Insomma, è una biografia, verrebbe da dire. Ma in realtà non lo è, perché semmai è una biografia del personaggio, dello scrittore, mentre quel Marcel resta sullo sfondo a far da contrasto, da suggeritore, da grande ombra che gioca con il disorientamento dei lettori e di tutti coloro che proprio nei dati biografici vorrebbero indovinare il profilo del romanziere, e conoscerlo lì e fissarlo a tutte le responsabilità che tale individuazione comporta. Ma con Proust non lo si può fare. «Marcel - dirà più tardi Lucien Daudet a Cocteau - è geniale. Ma è un insetto atroce». Così riferisce Lavagetto, e dunque «l'inseguimento» risulta in parte fallimentare, ma in altra misura anche positivo poiché ci permette di trovare e afferrare una serie infinita di «frammenti» scomposti e tuttavia evidenti che anche in questa lunga ricognizione affiorano in maniera affascinante. Ora, se è vero, come riporta Lavagetto, citando Benjamin, che «l'intera opera di Proust è una dimostrazione di certi caratteri generali, anche se molto reconditi, del sadismo»,  sarà altrettanto vero che una buona dose di sadismo letterario gliel'applicano anche i suoi lettori, i suoi critici e coloro che indagano fibra per fibra la «Recherche» cercando di inseguire «l'insetto atroce» e di prevederne i voli. Con un'immagine penetrante, Giovanni Macchia, parlando di Proust, di Halévy, di Louis de la Salle, di Fernand Gregh e di Proust che nell'estate del 1893 decisero di comporre un romanzo epistolare con il personaggio di una ragazza innamorata affidato  subito a Marcel, evocò «Pavoni e valchirie». Nulla di più esatto per quei giovani d'allora, che anche adesso tornano sotto la lente di Lavagetto assieme a Debussy, ad Hahn, a Dreyfus, a Montesquiou e a tanti loro contemporanei da Maeterlinck a Henry James, da La Rochefoucauld a Kolb, da Wagner a Freud. Torna quindi, e prepotentemente, il dato biografico qui rimescolato con il romanzo e gli altri atteggiamenti della vita: compagnie, amicizie, avversioni, trucchi, confessioni, stili, lingue, peccati e vizi: il tutto secondo «il tornaconto dello scrittore» che Lavagetto pazientemente colma di attenzioni e di possibili rivelazioni. Dico possibili perché con Proust non si è mai sicuri. Da una parte «Contre Sainte-Beuve»; dall'altra il fascino subìto sino dalla prima volta d'ascolto, il 21 febbraio dell'11, del «Pelléas et Mélisande» di Debussy, con quella felicissima intuizione di Lavagetto: «nell'esitazione che incrina la voce di Mélisande un lettore della Recherche può avvertire il timbro della voce di Albertine che, sottoposta a pressanti interrogatori, e invischiata nella bugia, è costretta a difenderla». Ma «Quel Marcel!» è veramente imprevedibile. E una volta di più se ne ritrovano i dati e i molteplici segmenti paralleli e sovrapposti nei capitoli centrali del libro, capitoli che chiudono per così dire gli anni dell'Ottocento aprendosi al XX secolo, tra l'uscita de «Les Plaisirs et les jours» (1896)  e la morte a cinquantasei anni della madre Jeanne Weil Proust, il 26 settembre 1905. «La mia vita ha ormai perso il suo solo scopo, la sua sola dolcezza, il suo solo amore, la sua sola consolazione. Ho perduto colei la cui incessante vigilanza mi portava in pace, in tenerezza, il solo miele della mia vita che a  tratti io gusto ancora con orrore, in questo silenzio che ella sapeva far regnare così profondo tutto il giorno, e che l'abitudine dei domestici da lei istruiti, fa sopravvivere ancora, per forza di inerzia alla fine delle sue attività», scriveva Marcel a Montesquiou. Però, si procede oltre e c'è un'altra natura da svelare e, possibilmente, da commentare: quella legata alla «funzione sociale» del romanzo (e dei romanzi), che Lavagetto riprende scrivendo: «C'è il ridicolo della borghesia e c'è il ridicolo degli occhi della borghesia. I Verdurin e i Guermantes offrono un osservatorio privilegiato in quanto circoli chiusi, governati da un insieme di norme di inclusione e di esclusione; tutto quanto è (o viene percepito) come altro, tutto quanto si colloca al di fuori della giurisdizione del clan, viene guardato sempre con sospetto e diventa molto spesso oggetto di riso». Del resto, è proprio compito del romanzo e dei suoi inventori, specialmente quelli di fine Ottocento e d'inizio Novecento («I Buddenbrook» apre il secolo ed è risentito davanti ad ogni effetto comico!)  disporsi verso un Io che si compiange e verso un altro tipo di Io che si celebra (D'Annunzio è molto vicino!) mentre Kafka non scriverà mai «Io sono Kafka!». Insomma «Proust e Freud - aveva tempestivamente avvertito fin dal 1925 Jacques Rivière -  inaugurano un nuovo modo di interrogare la coscienza». Lavagetto lo sa bene, come sa bene che il suo viaggio critico e conoscitivo non avrà mai fine. Una piacevole condanna.

Quel Marcel!
Einaudi ed., pag. 395, euro 25,00
 

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