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Arte-Cultura

Il genio che fece scuola

Il genio che fece scuola
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di Pier Paolo Mendogni

I nipotini di Leonardo sono arrivati a Pavia, la città colta del Ducato milanese, portando l’eco dell’insegnamento del grande maestro tradotto, talvolta, in autonomi capolavori che conferiscono prestigio e interesse alla mostra in corso nel Castello Visconteo (fino al 10 luglio) intitolata «Leonardeschi. Da Foppa a Giampietrino, dipinti dal Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo e dai Musei Civici di Pavia»; l’hanno curata Tatiana Kustodieva e Susanna Gatti come il catalogo edito da Skira. La rassegna rientra nelle manifestazioni dell’anno della Cultura e della Lingua russa in Italia e così sono uscite dalle sale dell’Ermitage alcune opere di grande prestigio, mai esposte fuori dalla Russia. Pavia è la città che si presta particolarmente per questa iniziativa in quanto ha avuto un ruolo non secondario nella vita di Leonardo per i suoi studi e per i suoi rapporti.  La prima volta il maestro di Vinci è giunto a Pavia nel giugno del 1490, chiamato dai fabbricieri della Cattedrale per dare un consiglio sui lavori in corso; ne ha approfittato per prendere molti appunti d’architettura, per osservare la monumentale statua equestre del «Regisole» e in quei giorni ha anche incontrato quel bellissimo ragazzino dai capelli ricci che lo accompagnerà, come garzone aiuto e modello, per tutta la vita: Gian Giacomo Caprotti, che chiamerà Salai come un diabolico personaggio del «Morgante» del Pulci. A Pavia, Leonardo tornerà nel 1510, durante il suo secondo soggiorno milanese, per seguire le lezioni di anatomia di Marcantonio della Torre. L'ombra del maestro campeggia sulla mostra pavese e quanta influenza egli abbia avuto sul corso della pittura lombarda è facilmente recepibile osservando le opere dei due maggiori artisti lombardi il cui insegnamento venne messo in crisi col suo arrivo. La scena, infatti, era dominata da Vincenzo Foppa, capostipite del realismo lombardo inquadrato in un ampio spazio compositivo, e da Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, che coniuga il realismo foppesco con calligrafiche raffinatezze goticheggianti. Nel «Santo Stefano» e nell'«arcangelo Michele», giunti dalla Russia, il Foppa usa sapientemente la luce per dare maggiore plasticità ai personaggi mentre la pala con la «Madonna col Bimbo e santi» è caratterizzata dal vivace realismo del volti che diventano efficacissimi ritratti del committente Giovanni Bottigella e della moglie Bianca Visconti. Un raffinato patetismo espressivo ma soprattutto grafico per la finezze del tratto pittorico e della cromia connota il «Cristo portacroce e monaci certosini» del Bergognone. La svolta si coglie con la ricezione da parte dei giovani artisti di quelle che sono le principali caratteristiche leonardesche, la tecnica dello sfumato e la rappresentazione dei «moti dell’animo». Uno dei suoi discepoli più significativi è stato Cesare da Sesto, le cui opere sono state a volte assegnate al maestro trattandosi di capolavori quali «La Sacra famiglia con Santa Caterina», un dipinto «carico di vitalità e freschezza» in cui i sentimenti più intimi vengono svelati con amorevole tenerezza e il volto di Giuseppe riflette gli studi di fisiognomica. L’allievo prediletto è stato Francesco Melzi che l’ha seguito in Francia e ne ha ereditato i disegni e i manoscritti. Nella stupenda «Flora» l’artista cita più volte il maestro nel movimento della mano destra (dalla Sant'Anna), nella complessa pettinatura e nella scelta delle piante (aquilegia, mughetto, anemoni, felce). Flora è l’immagine allegorica della natura coi suoi seducenti misteri. In Francia è andato anche il Salai che secondo alcuni studiosi potrebbe essere l’autore della ambigua «Donna nuda», una specie di variante erotica della Gioconda, oggetto di diverse repliche. Uno dei primi allievi di Leonardo è stato il Giampietrino (Giovan Pietro Rizzoli), ricordato in un manoscritto del 1497. Dalla Russia giungono quattro opere che ai affiancano alle due pavesi e offrono una significativa testimonianza dell’artista che elabora i modelli leonardeschi con un linguaggio autonomo in cui la grazia fisica e quella spirituale si fondono in una trepidante sensualità religiosa, che informa la meravigliosa «Maddalena penitente», ma anche la «Madonna col Bambino» e il conturbante « Cristo con il simbolo della Trinità» carico di significati simbolici. L'altro grande artista innovatore per la nitida chiarezza formale e il pacato ritmo compositivo è stato Bernardino Luini cui guarderanno molti giovani.
Il «San Sebastiano» e la «Santa Caterina» sono due autentici capolavori: il primo per la bellezza ideale del corpo sapientemente modellato, la seconda per l’intensa liricità che emana dal volto di una trasognata delicatezza. Il leonardismo si estende fino al Sodoma e al Caroto, ma va segnalata anche la presenza di Giovan Francesco Maineri, artista dai contorni incerti e che in passato è stato indicato d’origine parmigiana, autore di vari «Cristo portacroce» di cui quello dell’Ermitage, di piccolo formato, è particolarmente toccante per la emozionante resa dei sentimenti.
 

 

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