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La tragedia di un popolo

La tragedia di un popolo
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Giuseppe Marchetti

Quanti libri gremiscono il lungo capitolo della Letteratura della Resistenza e della Repubblica di Salò! Quanti e quanti sono dav-
vero: zeppi di memorie, di pene, di sacrifici, di eroismi segreti e di giovanili impudenze. Ogni tanto l'elenco si arricchisce, ma i tempi, gli effetti e anche le memorie stesse impallidiscono, e le singole vicende si caricano di una sottile velatura, quasi di un rimpianto. Non appartiene a questa categoria, però, il nuovo libro di Lodovico Terzi «Due anni senza gloria. 1943-1945» che Einaudi ora pubblica con uno scritto di Goffredo Fofi «Una storia di tutti». Lodovico Terzi arriva a questi suoi ricordi dopo tanti anni, e vi giunge forte di una intima persuasione: che il racconto «forse giunto fuori tempo ma forse proprio per questo dotato dell'insolita grazia di accostare alle incertezze e asperità di quegli anni anche chi non li ha vissuti», scrive Fofi, stabilisca un prima e un dopo dotati di una segreta forza persuasiva, la quale non vuol essere soltanto documento di un'epoca (e che epoca!) bensì lo specchio di una storia comune fra smarrimento, disorientamento e giovanili speranze.  Lodovico Terzi di antica famiglia parmigiana, traduttore impagabile di Swift e Defoe, ma anche di Dickens, Stevenson, Johnson, autore di Einaudi che gli pubblica nel '64 «L'imperatore timido», un singolare romanzo tra saggio e  racconto ambientato in una Cina del XVII secolo, e poi nel '95 di Mondadori che pubblica «I racconti del Casino di Lettura» ristampati nel 2003 nella «Biblioteca parmigiana del Novecento» a cura di Guido Conti, è uno di quegli scrittori di grana fina che alla curiosità delle vicende e dei personaggi da loro creati associano sempre l'irritualità del sarcasmo, delle beffe e della pietas più affettuosa, consacrandosi così alla fresca e impaziente umorosità del vissuto con limpidi a-fondo di pensieri e di riflessioni morali. Ma «Due anni senza gloria» va oltre. E' un libro fortemente ancorato alla saggezza di una lunga introspezione che, se da un lato è tutta di carattere e di impegno narrativo, dall'altro affronta i problemi dell'onore, della famiglia, delle scelte morali e politiche. Un racconto, dunque che scende in profondità, dove i temi e le questioni assumono radici intime.  «E' di questo mito che dovevo tener conto, nel rapporto con i miei familiari... La questione dell'onore è rilevante: molti di quelli che nel '43 vollero continuare la guerra fascista dissero allora, o scrissero poi, di aver scelto l'onore. Io penso che si faccia molta confusione in proposito» afferma l'autore. E, del resto, proprio Terzi proseguendo la narrazione e addentrandosi quindi nei mesi tra la fine del '44 e la primavera del '45, giustamente riflette: «Osservando i miei nuovi compagni, il loro atteggiamento  aperto e disciplinato, il loro stile che era quello tradizionale degli ufficiali italiani prima del '43, mi chiedevo come questa, a suo modo serena, vita di guarnigione potesse coesistere con la ferocia della guerra civile, l'occupazione tedesca e le brigate nere - come quelle che mi avevano preso, tenuto sotto la minaccia del loro mitra e sbeffeggiato nella loro caserma sul Lago d'Iseo. Sembravano due mondi separati, e infatti lo erano». Nello spazio ristretto ma perigliosissimo '43-'45, il racconto di Lodovico Terzi rivela ancora una volta quale fu dagli anni a Parma del Collegio Maria Luigia sino all'arrivo a Torino nel '49 attraverso gli incontri con Giangiacomo Feltrinelli, i Malagugini, Lelio Basso e Luciano Foà fondatore di Adelphi, il groviglio delle esperienze umane e politiche del giovane Lodovico rimasto «affascinato dal grande affresco della sociologia marxiana» e parimenti non dimentico dell'amicizia di quel giovane Alvaro che era fuggito per raggiungere i partigiani, che gli scrisse dall'Abetone ma che non ebbe mai risposta. Ora noi la risposta l'abbiamo, ed è convincente. «La limpidezza della scrittura nella ricostruzione della complessità degli eventi, dell'incertezza dei percorsi pubblici e privati suoi e di tutti è il dono più inatteso e benvenuto di questo testo» - scrive Fofi - e concretamente una testimonianza che da storico quale essa è s'innalza oltre il perimetro degli anni a suggerirci la bellezza della «verità immedita» cui accenna Carlo Fruttero nel suo recente libro di memorie simpatico e amorosamente restituito.

Due anni senza gloria. 1943-1945
   Einaudi, pag. 92, € 12,00

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