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Ironia contro l'ipocrisia

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Max Frisch è accanto a Dürrenmatt il massimo scrittore elvetico del dopoguerra. Egli ha impresso il sigillo della grande arte a quel «Kulturpessimismus» che il grande storico «conservatore» Jakob Burckhardt espresse insieme alla sconsolata condanna di un’età minacciata dal dispotismo della mediocrità. Nel quadro delle celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore,  due mostre - allestite in terra elvetica rispettivamente a Berzona (Museo Onsernonese) dal 17 aprile al 30 ottobre, e a Zurigo (Museo Strauhof, fino al 4 settembre) - ne ripercorrono l’attività letteraria. A Berzona, nell’alta valle ticinese, l’esposizione presenta - attraverso l’interazione tra testi, fotografie, spezzoni di pellicole e oggetti - una vasta panoramica sulla sua vita in Valle Onsernone e consente di scoprire nelle sue opere la riflessione e la rielaborazione letteraria di tale esperienza. Amava infatti definirsi «emigrante» Max Frisch, viaggiatore vagabondo per i continenti che nel magistero letterario traveste e sublima in ironia un’irrequietezza anticonformistica e cosmopolita. Egli appartiene all’area dell’avanguardia nella quale solo nelle forme dello scetticismo sistematico e della contraffazione grottesca prende corpo il rifiuto, se non dell’esistente, di certi suoi «simulacri». Nel godibilissimo «Guglielmo Tell per la scuola» (1973) questo atteggiamento si condensa in un’affabile civetteria che, nel segno della parodia e dell’autoparodia, prende di mira nientemeno che il culto di Gugliemo Tell, l’eroe nazionale elvetico. Un abisso separa il fiero nemico del tiranno rappresentato dallo scellerato e pavido Gessler - il «Landvogt» imperiale absburgico dipinto da Schiller nel suo celebre dramma - e il Tell di Frisch, piuttosto goffo nella sua mutria taciturna di montanaro, caparbio più per convenzione sociale che per consapevole determinazione. Al governatore imperiale Grisler, sofferente di fegato e bonario, che gli chiede svogliatamente ragione del mancato saluto al cappello issato su un’asta davanti al suo maniero, Tell, col petulante bambinetto in braccio, risponde prima scusandosi, poi, impressionato dalla folla, in modo arrogante. Nell’esaltare la mira del padre sarà proprio il figlio a proporre la prova del tiro alla mela sulla propria testa: alla risposta del balivo, incredulo, iniziano gli equivoci al termine dei quali non sta la miracolosa impresa dell’arciere, ma il suo arresto e quindi, dopo la sua liberazione, la misteriosa uccisione di Grisler. E' una prova emblematica della dissacrazione quale Frisch la intende: umanizzazione antieroica della vicenda volta a mettere alla berlina quell'impasto di angusto conservatorismo e di interessata «buona educazione», di diffidenza esterofobica e di moralismo puritano che prende nome di «Schweizertum», complesso elvetico. La Svizzera diviene una sorta di prolungamento dell’Austria absburgica di Musil: vi si sublima la doppia anima piccolo-borghese con le sue ipocrisie e le sue torbide ambivalenze. Così il palcoscenico della vita si trasforma in proporzioni spaventose, verso un bene che ha tutte le qualità del male, nella commedia «Omobono e gli incendiari» (1958), splendida ricostruzione di una città tutta vetro, cemento, cromature, ma bacata nell’intimo. Un borghese amante del quieto vivere si fa involontario complice dell’anarchia incendiaria con il compiacimento di chi si illude di poter osservare da lontano l’infelicità altrui senza esserne minimamente toccato: la sua oggettiva corresponsabilità si unisce alla barbarie nell’illusione di poter dissolvere i demoni con il gretto calcolo e la virtù farisaica, sperando cosi di preservare la propria vacillante sicurezza nella catastrofe collettiva. Pièce di prim'ordine è la commedia «Don Giovanni o L’amore per la geometria»: il gelido manipolatore di passioni femminili che si espone alle pallottole del nemico solo perché non sa sottrarsi alla seduzione di conoscere le misure esatte del forte da espugnare, alla fine, pur avendo sposato un’onesta cortigiana, non accetta «la creazione che ci ha divisi in uomini e donne»; la natura gli butta allora al collo l’ultimo cappio: lo rende padre. Nel 1948 Frisch aveva incontrato a Zurigo Brecht, di cui condividerà le analisi critico-sociali e la nuova drammaturgia del teatro epico, ma non la visuale rivoluzionaria. Piuttosto che l’antagonista della borghesia, l’antiborghese Frisch è il suo ironico e talora spietato «precettore»: la sua autocritica della borghesia, spregiudicatamente corrosiva, si identifica con una sorta di lucido-scettico autodissolvimento. Tale caratteristica pervade anche l’opera del narratore: da «Stiller», il suo romanzo più importante e riuscito (1954), storia di un reduce che colpito da amnesia cerca disperatamente di usurpare l’identità di un cittadino americano affogando nell’alcool e nel lavoro il senso del proprio fallimento, a «Homo faber» (1957), diario retrospettivo - il bersaglio è qui la Germania nazista - sul filo della fragilità di un maturo ingegnere nell’era della tecnica, al romanzo-saggio «Il mio nome sia Gantenbein» (1964) che riprende il tema della identità-alterità della persona che nel suo ambiguo rapporto con gli altri insegue a posteriori una prova della propria inesistenza e al contempo il lucido riscatto da un esasperato individualismo. Al fondo del quale pulsa una sete irrazionalistica di autenticità e di libertà, icastica espressione della quale è la battuta: «Suonano. Non apro. Il signore che ha il mio nome è partito».

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