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Torelli: le "mie" penne nere

Torelli: le "mie" penne nere
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 di Giuseppe Marchetti

Sergentmagiù, ghe riverèm a baita?» - un ricordo, un sospiro, una domanda angosciosa. E' tratta dal capolavoro di vita vissuta «Il sergente nella neve» di Mario Rigoni Stern, che Giorgio Torelli riporta, fra le altre testimonianze, nel suo commovente ma asciutto e gagliardo volume «Sul cappello che noi portiamo», edito da Ancora. Molti alpini non arrivarono alla baita. Chi ci arrivò, in Russia come sugli altri fronti, ha conservato memoria di quei giorni, diventando un esempio per tutti. Ed Egisto Corradi, tra i nostri maggiori giornalisti del Novecento e alpino di razza, aveva ragione quando alla domanda «Perché gli italiani amano gli Alpini? - rispondeva: perché sono gente seria».  Non si potrebbe dire meglio, né con meno parole. Anche Torelli parte da qui per rifare a modo suo - che è poi sempre un gran piacere di raccontare - la storia di questi soldati che restano tali anche in tempo di pace, e si fanno su le maniche, e soccorrono, e raddrizzano e lavorano e costruiscono  in silenzio cioè senza pretendere nè soldi, nè applausi, nè prebende. Gente seria, dunque, e tosta come si dice. Le loro azioni e le loro parole (più che altro mormorate e cantate in cori e strofe che hanno fatto il giro del mondo!) sono narrate da Torelli giornalista e inviato speciale in proprio e attraverso alcuni brani tratti da libri e testimonianze di guerra. 

I disegni che arricchiscono il volume sono di buona marca, cioè di Paolo Caccia Dominioni, di Giuseppe Novello, di Livio Ober, di Mario Vellani Marchi; le foto sono opera di Torelli e di Angelo Cozzi, mentre l'autore ringrazia Giacomo Folcio, Alberto Guareschi e Gianbortolo Parisi per i loro contributi. Un bel po' di storia e di storie è racchiuso tra queste pagine. Torelli si è accinto a comporle spinto da due passioni: la prima, e la più forte, quella del giornalista; la seconda possiamo attribuirla ad un giusto bisogno di generosità nei confronti di uomini che non  hanno  mei lesinato la loro in pace e in guerra. Diviso in dieci brevi sezioni,  «Sul cappello che noi portiamo» comincia offrendo gli articoli che Torelli pubblicò su questo giornale nella primavera del Duemilacinque in occasione della 78ª Adunata Nazionale degli Alpini a Parma. Giorni memorabili, li ricordiamo bene. La seconda parte raccoglie «Frammenti di scrittori alpini» - Giuseppe Bruno, Giulio Bedeschi, Egisto Corradi, il già citato Rigoni Stern, e Paolo Monelli. Segue il racconto dell'avventura sul «mulo meccanico» marca Guzzi, e poi il racconto di Bruno con i muli veri, e silenziosi eroi. Con i ricordi di Albertino Guareschi e dell'alpino «abusivo» Giovannino, entriamo in un'altra dimensione del libro, mentre l'inviato Torelli s'appresta a narrarci come si fa «A rampare con gli Alpini», passando poi alle vicende e ai profili umani di due preti Alpini: il cardinale Giulio Bevilacqua e don Carlo Gnocchi  descritti da Gian Maria Bonaldi. A seguire, arrivano le memorie di Parisi e di Folcio, mentre Torelli completa il volume con le proprie pagine dedicate a Santino Invernizzi, medico che vive e opera tra Kenya e Somalia, dove manca tutto e si lavora a lume di petrolio, e ad «Una storia di Natale» che fa venire i brividi ancora oggi a  rileggerla nella sua tremenda verità di cronaca e di autentica fede. Un bel libro, davvero dunque, questo di Torelli, che non cessa mai di radunare nelle proprie pagine sia le vicende sia i personaggi della sua vita in un misto di emozioni, incanti e umane provocazioni. Se gli alpini «sono gente seria», anche Torelli è senz'altro un giornalista serio, e non lo diciamo per amicizia, ma perché il suo gran  cuore parmigiano batte sempre dalla parte della solidarietà e dell'amore per il prossimo. Non è un caso, allora, che questo libro riporti, alla fine di ogni capitolo, alcuni dei più noti e popolari canti alpini: «Il testamento del  capitano», «Gran Dio del cielo», «Signore delle cime», «La penna dell'Alpino», «Era una notte che pioveva», «Monte Canino», «Sul ponte di Perati», «Oh, Angiolina», «Aprite le porte», «Via l'Alpin», «E col ciofolo del vapore» e infine l'immortale «Sul cappello che noi portiamo». In quei versi semplici e diretti, e in quei cori che oggi a risentirli ci commuoviamo ancora, risiede davvero quella «serietà» cui accennava Corradi, un tesoro di bene che ci consola e che Torelli ha fatto bene riproporci con la ricchezza poetica della sua limpida penna di giornalista e di cittadino italiano giustamente orgoglioso.

Sul cappello che noi portiamo Ancora ed., pag. 144,  13,50

 

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