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Arte-Cultura

Un genio di provincia

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di Pier Paolo Mendogni

La vita di Antonio Allegri detto il Correggio si può ricostruire con sufficiente precisione nei suoi momenti artisticamente più significativi (anche se vi sono vistose lacune riguardanti le date di nascita e di matrimonio e il discusso viaggio a Roma), ma diventa più difficile mettere a fuoco la sua personalità non essendoci pervenuto alcuno suo scritto. Antonio è nato a Correggio tra il 1489 e il 1494: i documenti a sostegno delle due tesi si prestano a diverse interpretazioni, ma oggi la maggioranza degli studiosi propende per il 1489 così da potergli assegnare un precoce intervento nella decorazione a Mantova della cappella funeraria del Mantegna, morto nel 1506. I primi insegnamenti di pittura li ha ricevuti dallo zio Lorenzo, un artista di buona fama chiamato anche ad affrescare la dimora dei Signori da Correggio, persone colte e di buon gusto. Oltre ad essere introdotto nella pratica della pittura, Antonio ha ricevuto una solida educazione umanistica da Gian Battista Lombardi, professore nelle università di Bologna e di Ferrara.

L'aiuto del padre- Il padre Pellegrino poteva permettersi queste spese in quanto era un mercante di stoffe, capo della sua arte, e viveva decorosamente nella casa di famiglia con la moglie Bernardina Piazzola e i figli Antonio e Caterina. E quando Antonio inizierà a guadagnare con la sua attività di pittore, sarà lui ad amministrarne i beni, allargando la casa con l’acquisto di una dimora confinante e arrivando ad avere un patrimonio di 120 biolche reggiane con sopra alcune case e buone disponibilità liquide così da assegnare una cospicua dote alla nipote Francesca. Antonio che, come dimostrano i suoi disegni densi di energia e di scioltezza discorsiva, possedeva un felicissimo talento naturale e una spiccata genialità, dopo i primi insegnamenti dello zio si è fatto da sé osservando i grandi maestri. A Mantova ha appreso la “lezione” di Andrea Mantegna e di Lorenzo Costa; poi ha guardato Leonardo da cui ha colto gli atteggiamenti affettuosi tra la Vergine e il figlioletto e lo sfumato che ha utilizzato nei volti già nel primo dipinto certo, la “Madonna di San Francesco” eseguito nel 1514. Nello stesso anno iniziava il rapporto coi benedettini, lavorando per il monastero di San Benedetto Po.

Il viaggio a Roma Nonostante il Vasari lo neghi, quasi tutti gli storici dell’arte dal Mengs (1780) in avanti sostengono che Antonio si sia recato a Roma per osservare i reperti antichi e la nuova pittura di Raffaello e Michelangelo, riproponendo il loro linguaggio classicheggiante attraverso il filtro della sua cultura e della sua sensibilità padana, impregnata del senso della vita e della concretezza del reale così da creare personaggi trepidanti nella sensualità della carne, ma accesi pure della luce immanente dello spirito. I primi effetti si avvertono nella decorazione di una camera dell’appartamento della badessa Giovanna nel monastero delle benedettine di San Paolo (1519), ma soprattutto nella splendida e innovativa cupola dell’abbazia benedettina di San Giovanni.

La famiglia Appena terminata (1521) tornava a Correggio dalla moglie Girolama Merlini (1503 –1545), che poteva fregiarsi del titolo di signora e aveva portato una ragguardevole dote; il 3 settembre nasceva il figlio Pomponio, che seguirà le orme del padre. Tutta la famiglia si trasferiva a Parma nel 1523 e prendeva alloggio in una casa dei benedettini in borgo Pescara (oggi del Correggio) dove nascevano le figlie Francesca Letizia (1524), Caterina Lucrezia (1526) e Anna Geria (1527), le ultime due morte prematuramente. Il successo ottenuto nella decorazione della cupola e di altre parti della chiesa gli procurava il riconoscimento della Congregazione cassinese che gli conferiva (14 maggio 1521) il diploma di fratellanza e comunione spirituale dell’ordine benedettino, ma gli procurava anche una quantità di richieste di quadri di carattere religioso per devozione privata e per altari, cui si aggiungono due ritratti, due allegorie per Isabella d’Este e sei dipinti di contenuto mitologico. Oggi, oltre ai tre grandi affreschi di Parma, si riconoscono come suoi una sessantina di dipinti per la maggior parte ad olio su tavola: solo quattro le tempere.

Il vertice supremo della sua arte lo raggiungeva nella cupola del Duomo (1526-30) con la vorticosa Assunzione che per audacia innovativa sconcertava alcuni canonici le cui critiche non piacevano ad Antonio che abbandonava i lavori e tornava in patria, pur mantenendo lo studio a Parma. Si racconta che poco dopo, giunto in città Tiziano, i canonici dissenzienti gli chiedessero se si doveva distruggere quel “guazzetto di rane”; “riempite la cupola d’oro – rispondeva il maestro veneto – e non sarà mai pagata abbastanza”. A Correggio Antonio dipingeva gli “Amori di Giove”, commissionatigli da Federico Gonzaga, inaugurando la grande pittura erotica del ‘500 in cui solo Tiziano riuscirà a stargli al pari, ma non con la stessa sensibilità verso le donne. La morte lo coglieva all’improvviso il 5 marzo 1534 - il rogito parla di “malore impreveduto” - e le sue spoglie venivano tumulate nella tomba di famiglia all’ingresso della chiesa di San Francesco; purtroppo nel 1641 la tomba veniva distrutta. E’ rimasta imperitura la sua memoria.

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