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"Correggio, un illusionista straordinario"

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Intervista a Lucia Fornari Schianchi (curatrice della mostra) di Katia Golini

Fare conoscere il genio di Correggio. «Portarlo fuori dai confini locali è un dovere, oltre che un grande onore. E una grande gioia». Lucia Fornari Schianchi, soprintendente al Patrimonio storico artistico ed etnoantropologico di Parma e Piacenza, ideatore e curatore della mostra, parla di Correggio con entusiasmo «perché di fronte al genio ci si entusiasma sempre».

Qual è lo scopo primario e l'importanza di questa mostra? «Fare uscire Correggio dal cono d'ombra in cui è rimasto, in un certo senso, prigioniero. Correggio è imbrigliato nell'immagine che Vasari ha dato di lui. E Vasari non lo ha propriamente esaltato. Se fosse andato a Roma avrebbe fatto grandi cose, lascia intendere Vasari. Ma dal momento che così non è stato - sostiene il biografo probabilmente sbagliandosi - viene presentato come artista incompiuto. Con questa mostra vogliamo presentare e fare conoscere al mondo la grandezza di questo autore che merita, come Parmigianino, di stare fra i più grandi».

Cosa ha significato Correggio per la storia dell'arte? «A scoprire la sua genialità sono stati per primi i pittori che hanno fatto ricorso ai suoi metodi e alle sue forme e al suo concetto di spazio. I primi sono stati i Carracci, Rubens, Bernini, Lanfranco, Pietro da Cortona: i grandi artisti del Seicento. Quelli che lo hanno considerato un varco verso il Barocco e il Naturalismo seicentesco. Correggio è stato preso a modello anche per i suoi paesaggi. E' infatti osservatore attento della natura, nei dettagli e nella sua totalità, e questo aspetto non è mai stato evidenziato abbastanza. Basta osservare gli sfondi dei suoi quadri giovanili e maturi».

Correggio pittore di paesaggi sì, ma soprattutto di grandi spazi abitati. «Correggio ha utilizzato tutti i registri espressivi. Si è misurato con spazi piccolissimi, piccoli, medi e con quelli magici delle cupole. L'occhio dello spettatore deve abituarsi a passare dal macro al micro e viceversa con lo stessa duttilità dell'artista. E la mostra darà questa opportunità».

La sua pittura cattura l'attenzione dello spettatore. In un certo senso lo ipnotizza? «L'inquadratura è uno strumento di coinvolgimento dell'osservatore. Correggio non ti lascia mai sulla soglia del quadro, ma ti attira dentro. Non ti lascia in contemplazione dall'esterno. Raffaello crea immagini perfette che segnano il distacco, Correggio crea immagini altrettanto perfette e invita a agire nello stesso spazio e tempo da lui proposti. Rende lo spettatore compartecipe della sua visione».

Tutto questo sarà accentuato dalla presenza delle impalcature in Duomo e in San Giovanni. I visitatori potranno vedere gli affreschi «dall’interno». «Certo. Questo aspetto del coinvolgimento raggiunge limiti iperbolici nelle cupole e soprattutto nelle cupole viste dalle impalcature. La sua pittura è talmente perfetta che non cambia. Certo che le figure sono fatte per essere viste dal basso, ma non c'è in Correggio un gigantismo sgraziato, che sovrasta e sgomenta. Da queste figure dalle proporzioni diverse lo spettatore resta coinvolto. Correggio affida allo spettatore il suo punto di vista e sembra dirgli «vedrai che non ti deluderò, anche se mi guardi dal mio stesso punto di vista». Tra l'altro, grazie ai ponteggi, si potranno apprezzare particolari che normalmente dal basso non si possono percepire. Basti pensare ai fumi che escono dai candelabri nel loro ondeggiare fino a diffondersi nel cielo tra gli Apostoli e gli efebi: sono di una tale varietà da restare a bocca aperta. E poi, sempre dall'alto, si potrà ammirare l'effetto meraviglioso delle nubi da cui i putti appaiono e scompaiono, escono o si immergono. Correggio crea un illusionismo assolutamente straordinario. La sua arte è questo e molto altro, come diranno i quadri in mostra attorniati da un contesto molto ricco».

Lo stesso effetto si ritrova nei quadri. «La sua è un'interpretazione piena della figura umana. Non c'è differenza tra la voluptas che immette nel sacro e la sostanza umana ed emotiva che fa affluire nell’eros. Non distingue mai totalmente i due aspetti, ma li universalizza proponendo una sua visione della sostanza spirituale e profana nell’arte.

Correggio è sempre stato più noto per la sua pittura religiosa. Ma quando ha affrontato il soggetto del profano è stato altrettanto grande. «Non divide la natura dalla spiritualità. L'universale è fatto dallo spirito e dalla materia. Le sue donne sono carnali, vive. Non sono statue. Esprime un'eroticità che non è mai volgare. E' piuttosto piena di grazia, di dolcezza. Pensiamo alla serie dedicata agli Amori di Giove. Un esempio per tutti: Leda e il Cigno, un quadro che non verrà in mostra, fatto a pezzi dal duca d'Orléans perché lo considerava troppo erotico, pornografico per i tempi e troppo forte per il suo moralismo. L'amplesso è totale, ma non disturba, non infastidisce ispirandosi alle Metamorfosi di Ovidio e al mito. E' delicato nella sua evidenza. Lo stesso discorso vale per la Danae, schiva di fronte a Giove che sotto forma di pioggia d'oro, sta per possederla. Ecco, Correggio è così in tutte le tele».

Correggio è anche il «pittore della luce». Sembra davvero che riesca a creare la luce con il colore. «Una definizione calzante. Nelle cupole sopperisce alla carenza di luce naturale con accorgimenti e tavolozze speciali. In questo modo Correggio riesce anche a rappresentare il divino empireo con grande intensità».

Cosa rappresenta per Parma questa mostra? «E’ prima di tutto un impegno morale e professionale straordinario, si potrebbe dire, irripetibile e il più completo che si possa, oggi realizzare. La scelta di dedicare una grande mostra a Correggio è dettata dalla storia artistica di questa città. Era una responsabilità delle istituzioni proporre un avvenimento di questo tipo, in allineamento a quello per Parmigianino. Era un imperativo per tutti noi fare conoscere il talento decantato dalla critica artistica di cinque secoli fa oltrechè dagli artisti del suo tempo e da quelli venuti nei secoli successivi e, inoltre, controllare puntigliosamente, lo stato conservativo delle grandi cupole e permetterne l’avvicinamento a chi già lo conosce e a chi lo incontrerà per la prima volta. Formare, informare, conservare, valorizzare, questo è fare cultura».

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