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Risucchiati nel vortice delle cupole

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di Pier Paolo Mendogni

Entrati nella solenne maestosità romanico-rinascimentale del Duomo, quando si giunge sotto la cupola si prova un senso di stordimento sentendosi risucchiati nel vortice osannante che accompagna l’Assunzione di Maria in un cono sfolgorante di luce divina mentre il figlio le scende incontro. Il sommo capolavoro del Correggio – e della pittura di tutti i tempi – dopo cinque secoli continua ancora a stupire, ad affascinare con la sua illusoria spettacolarità teatrale, con la sua trionfante spiritualità. «Le sue cupole sono di una audacia tale – ha scritto nel 1988 Charles Bouleau – che la piena marea decorativa dell’età barocca non ne vide di più sorprendenti». Due secoli prima Anton Raphael Mengs aveva affermato che la cupola del Duomo è la più bella che sia mai stata dipinta. Il Correggio ha impiegato ad affrescarla 283 giornate lavorative tra il 1526 e il 1530, realizzando pure i pennacchi coi santi patroni e tre sottarchi.

L’Assunzione di Maria, cui la Cattedrale è dedicata, avviene sotto gli occhi degli imponenti apostoli indossanti ampi mantelli, posti su un rilievo a finto marmo così ben fatto da ingannare tanti illustri visitatori: rappresenta il bordo del sepolcro di Maria aperto nella profondità terrena; gli apostoli si appoggiano a una balaustra su cui si trovano delle torce e degli incantevoli angeli efebi che bruciano rami di pino e incenso. La Vergine sale accompagnata da personaggi della Storia Sacra tra cui Eva, Giuditta e Marta sulla destra e Adamo, Abramo e Giacobbe sulla sinistra. Sotto, nei pennacchi, Correggio ha raffigurato Sant’Ilario, patrono principale della città col libro, la mitria e il pastorale; San Giovanni Battista, cui è dedicato il Battistero, con l’agnello; San Bernardo degli Uberti, patrono della diocesi e consacrato vescovo quando è stata dedicata la cattedrale da Pasquale II (1106); San Giuseppe, proclamato patrono cittadino proprio nel 1528, coi simboli della fuga in Egitto (bastone, palma e datteri).

Lo spazio architettonico il Correggio l’ha superato la prima volta nella cupola di San Giovanni (1520-21) dove ha rappresentato la morte dell’Evangelista a Efeso, seguendo il testo della «Leggenda Aurea» che riporta la tradizione, scaturita da un passo del Vangelo dello stesso Giovanni, secondo la quale al momento del trapasso Giovanni avrebbe visto Cristo scendergli incontro circondato dagli apostoli. Diversi storici dell’arte, che non hanno molta dimestichezza con la letteratura giovannea, hanno impropriamente parlato di Visione di Patmos, l’isola in cui Giovanni ha scritto l’Apocalisse, ma in tutto il libro non vi è alcun accenno a una visione di Cristo circondato dagli apostoli. Non solo, ma il passo apocalittico preso dal Burckhardt a sostegno della «visione» si riferisce chiaramente al Cristo giudice e re della Parousia: un Cristo, quindi, tutto diverso da quello rappresentato nella cupola, il quale col volto intriso di tenerezza viene ad accompagnare il passaggio dell’apostolo prediletto nel regno dei Cieli. Gli apostoli a torso nudo, disegnati con rilevante plasticità anatomica, siedono su nuvole rigonfie tra cui si incuneano putti vivacissimi; i manti che corrono tra l’uno e l’altro accennano a un leggero movimento e accentuano quel cono spaziale da cui scende verticalmente, per la prima volta, Cristo. Correggio qui ha tenuto presente quanto ha visto a Roma negli affreschi di Raffaello e di Michelangelo, ma rispetto a quest’ultimo ha saputo fondere la forza fisica con la grazia spirituale e con una gestualità misurata. Gli apostoli sono immersi in uno spazio senza definizione per cui è il loro corpo che diventa misura dello spazio stesso: un artificio che Michelangelo userà più tardi (1537-41) nel grandioso Giudizio Universale.

Nei pennacchi, più complessi di quelli della Cattedrale, Antonio ha dipinto i quattro evangelisti coi loro simboli e ognuno è accompagnato da un padre della chiesa con cui colloquia: San Matteo con San Gerolamo, San Luca con Sant’Ambrogio, San Marco con San Gregorio e San Giovanni con Sant’Agostino i quali parlano della Trinità: l’evangelista indica con le dita le tre persone e Agostino risponde unendo le dita per indicare un’unica natura. Tra le figure a monocromo dipinte nei sottarchi, la scena di Caino e Abele viene attribuita al Parmigianino. Il Correggio, oltre alla cupola, ha affrescato la lunetta col giovane San Giovanni, la crociera del presbiterio, l’abside (poi distrutta) e la fascia della navata centrale.

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