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Arte-Cultura

Pezzani - Poeta, maestro e innamorato della sua città

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Pino Agnetti

 L’ultimo tiro, dei tanti subiti in vita addirittura fino alla persecuzione e all’esilio forzato dalla nativa Parma, hanno provato a rifilarglielo proprio davanti a una scuola  che porta il suo nome. La scuola elementare «Renzo Pezzani» del quartiere Corvetto, a Milano. Ma, per fortuna, uno stuolo di agguerrite mamme (figura centrale nella sua prodigiosa produzione letteraria e poetica) alla fine hanno avuto ragione del mega cartellone pubblicitario sotto cui i loro figli erano obbligati a transitare prima di entrare in classe. E che una mattina aveva fatto esclamare a un’alunna con gli occhi incollati sulla modella, formato cinque per cinque, fotografata completamente priva di slip: «Mamma, mamma. Ma quella ha il sedere di fuori!». 

Dotato di una penna miracolosamente capace ora di commuovere, ora di farci ridere fino alle lacrime, il figlio di un artigiano dell’Oltretorrente venuto al mondo il 4 giugno 1898 in una casa di via Bixio ci avrebbe certamente ricamato su uno dei suoi formidabili «cammei» di vita quotidiana. Ma nell’anniversario della nascita, a cui fra una decina di giorni seguirà anche quello del 60esimo della morte, sarà forse il caso di superare una certa qual zuccherosa e fin troppo provinciale agiografia che nel tempo ne ha non di poco appannato e limitato la statura. Quella di un cantore purissimo innamorato, sì, perdutamente della sua Parma (tanto da dedicarle un «Inno a Parma» musicato da Ildebrando Pizzetti). Ma, non per questo, portato a nasconderne e meno ancora a censurarne i limiti e i vizi. Come aveva ben compreso Pier Paolo Pasolini, che infatti metterà in risalto la poetica «cupa, scrostata e plebea» di Renzo Pezzani. La sua vena «scossa da una ventata di allegria» e, tuttavia, innervata «da qualcosa di disperato, di pateticamente doloroso».
E’ in questo che sta tutta la grandezza e anche l’attualità di Renzo Pezzani. Incise anche nella sua biografia pubblica, non meno straordinaria ed emozionante di quella artistica. Volontario appena diciassettenne nella Grande Guerra. Sostenitore entusiasta dell’idea socialista e del sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento. Animatore di cenacoli letterari (un virus contratto bazzicando lo storico caffè Marchesi di via Garibaldi). Giornalista ed editore. Critico musicale e grafico. Antifascista e partigiano. Ma, soprattutto, maestro elementare: l’autentica vocazione della sua vita, oltre che la fonte primaria di tutta la sua poliedrica opera destinata a regalarci i frutti migliori lontano da Parma. Vale a dire, nell’esilio torinese a cui dovette risolversi per via delle sue idee politiche che gli erano già costate il non meno doloroso allontanamento dall’insegnamento.
Rendergli oggi omaggio col titolo, per altro nient’affatto disonorevole, di «poeta dialettale» rischia di confinarlo in una gabbia troppo angusta. Chiamiamolo allora per ciò che, in effetti, è stato: un grande, struggente, allegro, meraviglioso poeta italiano. E, prima ancora, il «maestro Renzo Pezzani». Uno che, di quel gigantesco fondoschiena montato all’ingresso di una scuola milanese, avrebbe scritto o detto rivolto ai suoi «putén»: «Bambini, la vita non è solo un bel sedere. Ma passione e sacrificio. E tanto, tantissimo amore».
 

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