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Spagna, il colore della ricerca

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di Pier Paolo Mendogni

Una mostra intrigante quella in corso a Firenze a Palazzo Strozzi (fino al 17 luglio) su «Picasso Mirò Dalì giovani e arrabbiati: la nascita della modernità» in quanto ricerca quelle sottili trame, quelle tangenze, quegli scarti che si sono intrecciati fra i tre geni spagnoli della pittura contemporanea, pur a distanza di tempo in quanto tra la nascita di Picasso e quella di Mirò corrono tredici anni e tra Mirò e Dalì dieci. Eugenio Carmona - che ha curato la rassegna comprendente una settantina di opere insieme al catalogo edito da Skira - ha scelto un percorso a rovescio partendo dal 1926, la data storica riportata da Salvador Dalì (1904 -1989) nel suo libro «La mia vita segreta», quando sarebbe stato ricevuto a Parigi da Pablo Picasso (1881 - 1975). Il condizionale è d’obbligo in quanto lo stesso artista definisce il suo scritto una concentrazione di episodi reali e di episodi inventati e che certi fatti fantasiosi vengono partecipati con tanta intensità come se fossero veramente avvenuti. Il surrealista Dalì quindi stupisce sempre da quando si è fatto espellere dalla Accademia di San Ferdinando per avere maggiore libertà ma anche come ribellione al padre (di cui ci ha lasciato uno splendido ritratto a carboncino) ed ha eseguito una serie di quadri mitologici di cui la grandiosa «Composizione con tre figure» è un esempio sorprendente per l’impostazione neocubista col richiamo ai canoni classicheggianti. «E tuttavia da questo Dalì - osserva Carmona - che adotta inaspettatamente i tratti del tardo cubismo sorsero due aspetti fondamentali della sua opera e del suo contributo all’arte moderna: le ''forme molli''  e ''l'immagine multipla''». Nello stesso periodo in cui Dalì incontra Picasso vi è pure l’incontro con Mirò (1894-1983) che non era più un giovane artista in quanto la sua fase di formazione si considera terminata a trentadue anni, mentre per Picasso viene considerata conclusa a ventisei e per Dalì a ventuno. Tuttavia fin dall’inizio Mirò ha mostrato una sintesi di linguaggio molto particolare come si nota nelle varie tele esposte che segnano il suo percorso nel secondo decennio del Novecento con un cromatismo fauvistico usato per sottolineare la psicologia della persona ed esaltare la corposità degli oggetti. All’inizio degli anni Venti, Mirò cambia strada e compone tele di un calligrafico verismo («La spiga di grano», «La lampada a carburo»). Salvador Dalì, appena diciassettenne, ci stupisce con alcuni singolari quadri eseguiti a Cadaqués descrivendo accesi tramonti sulla scia dell’impressionismo che poi abbandona alla ricerca di una maggiore concentrazione scenica e esistenziale nel «Torrente di La Jorneta» e in «Cadaqués dalla Torre di Les Creus». Le strade di Mirò e di Piacasso si sono incrociate nel 1917 a Barcellona quando nel capoluogo catalano arrivarono i «Ballets Russes» con Olga Koklova e venne rappresentato «Parade» con i costumi e le scene disegnati da Picasso in chiave cubista e neoclassicista. Questo rapporto del cubismo come classicismo è stato compreso da Mirò che l’ha tradotto in opere in cui cita la realtà ma la trasforma con la potenza di un segno che le conferisce una intensità di vita («Mont-roig: il ponte», «Fiori»). L'ultima parte della mostra è dedicata ai lavori giovanili di Pablo Picasso con alcuni celebri capolavori quali «I due saltimbanchi» del periodo blu (1901) provenienti dal Museo Puskin di Mosca. Un singolare interesse suscita il «chierichetto» dipinto a 15 anni con un realismo già attento alla psicologia del personaggio: una caratteristica che verrà accentuata nella rappresentazione di personaggi sintetizzati in una sorta di primitivismo iconico. Con la scelta tecnica del blu e la scelta tematica degli emarginati Picasso - sottolinea Carmona - aspirava «a rifondare l’esperienza dell’artisticità. Il tentativo durò anni ma ci riuscì. Il bimbo genio mantenne la promessa, anche se era una promessa inaspettata. Gli acrobati e i personaggi del circo sostituirono gli indigenti. In essi, in un modo che solo Picasso sapeva avere, l'artista scoprì il disegno e le sagome di un classicismo rinnovato ed estraneo alle determinanti della Storia. Picasso seppe allora che ciò che cercava si trovava nella riflessione sulla forma». Così quando ha visto, verso il 1907, che il segreto della forma era quello dell’arte dei popoli primitivi, allora ha aperto la strada all’arte moderna.

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