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Un notaio e cinquantadue figli

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Lisa Oppici
 Ci sono i profumi delle salame da sugo e i balli di provincia che non si vedono più, i robivecchi che piangono quando vendono qualcosa e le trattorie veraci dove si va per mangiare e si trova un mondo intero. E molto altro. C'è, soprattutto, un’atmosfera sui generis, inconfondibile.
È quella della letteratura padana, quella che si riempie di colori, profumi e sapori, ma anche figure, molto nostri: molto «veri». Dario Franceschini in questa tradizione (degli Zavattini e dei Guerra, tanto per citarne due, ma anche dei Delfini e dei Loria) s'inserisce senza rubar niente: vi si colloca senza scricchiolii, dimostrando anche con l’ultimo romanzo, «Daccapo», una vena narrativa interessante.
Scriverne  partendo dal «contesto» anziché dal testo sarebbe fin troppo facile, anche le notizie di questi giorni darebbero una mano: gli effettivi impegni dei parlamentari, il fatto che le ore d’aula siano inferiori a quelle di riposo eccetera eccetera.
Questa strada però è meglio abbandonarla, proprio perché è di letteratura e non di politica che si sta parlando: e lo stesso Franceschini (politico di lungo corso, capogruppo del Pd alla Camera e numero uno del partito nell’«interregno» tra Veltroni e Bersani) raccomanda di tenere ben separate le due «carriere».
Guardiamo dunque al testo: solo al testo, che tra l’altro segue altre due fortunate opere narrative («Nelle vene quell'acqua d’argento», uscito anche in Francia da Gallimard, e «La follia improvvisa di Ignazio Rando»), e al suo valore letterario. Che c'è ed è lì, nei fatti. Fin da quell'incipit così ben scritto: «Da molti anni il suo corpo aveva voglia di ammalarsi e approfittava di ogni piccolo malessere per lasciarsi andare a una spossatezza senza rimedi. Per una lunga parte il notaio Ippolito Dalla Libera lo aveva combattuto, cercando di reagire, poi gli si era arreso. Per stanchezza o, forse, perché aveva finito per capirne le ragioni». Ippolito Dalla Libera, notaio del Mantovano, è il motore di questa storia bizzarra piena di agnizioni e colpi di scena. È lui, sentendosi vicino alla fine, che convoca il figlio Iacopo e gli assegna una missione: trovare tutti i cinquantadue figli che ha diligentemente annotato su un quadernetto nero. «Qui dentro troverai scritti cinquantadue nomi. Sono i nomi dei tuoi fratelli e delle tue sorelle».
Tutti figli di Ippolito, avuti da altrettante prostitute. Un’altra vita, quindi: Ippolito, l’irreprensibile notaio, stimatissimo da tutti, apre così al figlio la porta di un altro sé, perché «vedi figliolo mio, non tutto appare. Molte cose non si vedono, eppure ci sono. Io penso di essere stato un buon notaio, un buon marito e, spero lo pensi pure tu, anche un buon padre. Ma nella mia vita c'è stata un’altra parte, bella anche quella, credimi».
E il figlio, superato lo sconcerto iniziale, in quello spiraglio decide di buttarsi, in un viaggio-quête che lo porta a contatto con il mondo in cui il padre aveva trovato così tanto (una Ferrara popolana e sanguigna) e lo spinge a rimettere in discussione anche le proprie certezze più consolidate, alla fine (ri)trovandosi, in un vero e proprio processo di liberazione. A guidarlo c'è Mila, prostituta bellissima e vitale, amante e amica, cui l’autore ferrarese assegna quasi la funzione di un Virgilio dantesco. Si è molto scritto a proposito dell’eros contenuto nel volume, della scelta del mondo delle puttane come fuoco della storia.
Ma attenzione: ciò che colpisce in profondità di questo «Daccapo» non è tanto l’eros, del quale la stampa ha fatto un caso probabilmente avendo letto poco o per niente il libro, bensì la tessitura narrativa, la padronanza della parola e del linguaggio, le minuziose descrizioni di figure e ambienti, le scelte stilistiche.
E accanto a questo la rappresentazione di un mondo bizzarro e straordinario, autentico e verace ma strampalato: in linea con la vena visionaria, surreale, di una corrente padana che di sé ha dato grandi esempi nel Novecento. A colpire, in questo romanzo di formazione sui generis, sono soprattutto il passo, il respiro della scrittura: caratteri forti, questi, che ne fanno un’opera da guardare con attenzione.
Daccapo - Bompiani, pag. 224, 16,90
 

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