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Etiopia - L'italiano che non si arrese agli inglesi

Etiopia - L'italiano che non si arrese agli inglesi
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Bruno Rossi
 
Nuova Delhi (India)

Queste note le dato Nuova Delhi, ma potrei scrivere Addis Abeba, Asmara, San'a o anche Milano. Perchè le memorie si snodano tra queste città. Non tanto memorie mie, ma del protagonista di questa storia: uno dei più coraggiosi e avventurosi soldati italiani, l'ultimo a resistere agli inglesi in Eritrea nella seconda guerra mondiale. Senza mai arrendersi. Ma queste cose non le sapevo quando l'avevo incontrato a Nuova Delhi: ambasciatore  italiano in India. Ahmed Guillet. Mi aveva dato l'appuntamento in un prato sterminato della capitale, delimitato da un canalone alberato, dove molti pavoni stavano gareggiando alla ruota più fastosa e ancora più scimmie erano impegnate nel loro mestiere di acrobati. Nel pratone correvano in libertà cavalli (una trentina), che avevano subito attorniato Guillet. E lui li chiamava per nome. Distribuiva zuccherini e raccomandazioni: “Tu non essere goloso, lo stomaco non è ancora a posto”. “Tu hai imparato a fare le giravolte come ti ho detto?”. L'autista, un sikh (quegli indiani giganteschi che non si tolgono mai il turbante), mi aveva spiegato: “Sa, doveva andare alle olimpiadi di equitazione”. “E invece – aveva completato lui – sono andato in Africa per la prima volta. In Libia. Tenente di cavalleria”.

CON LE MANI PRESE UN COBRA
“Quanti anni mi dà?”. Il discorso era andato, chissà come, sulle età. Avevo risposto con prudente cortesia: “Sui cinquanta”. Con una capriola impensabile era montato in groppa a un cavallo: “Settantaquattro”. Il sikh sembrava un poco preoccupato: “Ne ha fatte tante. L'altro giorno ha acchiappato con le mani un cobra”. Guillet aveva riso: “E quando mi hai sparato una mitragliata?”. Era il 1941. Il sikh era su uno dei carrarmati inglesi che stavano sfondando la resistenza italiana vicino a Cheren, in Eritrea. Il tenente Guillet, con il suo squadrone di cavalleggeri si era buttato in una disperata carica. Sciabole e fucili contro mitraglie. Ma a fermare i carri era riuscito. “Adesso si vendica facendo il mio spericolato autista”. Anni dopo era stato un suo grande amico, Indro Montanelli, a darmi un più comprensibile racconto delle avventure di Amedeo Guillet. In un ristorante di Milano. Mentre mi induceva a ingolfarmi, “senti questo, prendi questo', lui si limitava a piluccare con le mani, quasi con quieta devozione, foglie d'insalata. Devo stringere, e ammaccare, una storia che dovrebbe stendersi in un libro (come, infatti, già è stato fatto, due volte).

CAVALLI E CARRARMATI
Dopo la Libia, la guerra d'Etiopia aveva portato Guillet tra le ambe abissine. Non aveva trent'anni ed era a capo del Gruppo Bande Amhara. Indigeni. Eritrei, arabi, tigrini e appunto amhara. Parlava l'arabo, alla perfezione. E si inteva con le altre lingue. Con loro aveva battuto uno dei più pericolosi “ribelli”, Uvenè Tesemmà. Le regole fasciste comandavano di fucilare i prigionieri. Lui li aveva inglobati nel suo gruppo. Con lo scoppio della guerra mondiale, le bande di Guillet erano salite in Eritrea e uno dei tanti scontri era stata quella folle cavalcata contro i carri inglesi. I suoi uomini avevano preso a chiamarlo “Communtar as Sciaitan”, cioè Comandante Diavolo. La più appassionata era una giovane abissina. Kadija, una “faccetta nera”. Bellissima, e piena d'ingegno. Era stata lei a voler essere la sua “compagna”. E Amedeo la ricorderà sempre come un amore vero della sua vita. Gli inglesi non avevano impiegato molto tempo a disfare il nostro fragile Impero. Anche il vicerè, il Duca d'Aosta, si era arreso sull'Amba Alagi. Il Comandante Diavolo e i suoi uomini avevano continuato per molti mesi la loro guerra privata. Scombinando i binari della ferrovia che portava ad Asmara. Svaligiando depositi di armi. Interrompendo comunicazioni. Non aveva di che pagare i suoi uomini, non aveva di che nutrirli, non aveva da offrire nemmeno un' illusione di finale vittoria. Eppure tutti lo avevano seguito nelle più spericolate azioni di guerriglia. Fino all'esaurimento dell'ultima munizione.

UNA “TAGLIA” DEGLI INGLESI
Un'ossessione per i comandi inglesi. “Ricercato”, mille sterline di taglia, dicevano manifesti con la sua fotografia. Che tuttavia non gli assomigliava più. Vestiva come un arabo, aveva barba e turbante, la pelle scurita dal sole. Si era dato un nome arabo, Ahmed Abdullah al Redai. Pregava cinque volte al giorno, come ogni musulmano. (Diceva che Dio era troppo in alto per fare differenze tra parole cristiane e islamiche).  Un giorno si era presentato alla polizia inglese: a dare informazioni sul “bandito italiano”, spiegare dove lo si poteva prendere. Era stato creduto e ripagato con parte della taglia. Quando non era stato più possibile un minimo di resistenza, si era imbarcato su una nave di contrabbandieri per raggiungere il neutrale Yemen. Il capo dei contrabbandieri non era di carattere mite. Aveva fatto gettare in mare Guillet e l'unico compagno che gli era rimasto. Kadija era già da settimane scomparsa nel nulla, in una di quelle disperata battaglie. Amedeo e il compagno, a nuoto, in quel mare di pescicani, erano tornati sulle rocce eritree. Fin che un gruppo di pastori dancali li aveva bastonati e denudati. Cotti dal sole, privi d'un qualsiasi rivolo d'acqua dolce, avevano intravvisto nella luce tremolante per la calura avvicinarsi un arabo su un dromedario. Ma era un pio musulmano. Li aveva rivestiti, curati e portati al suo villaggio. Per sopravvivere, Guillet si era inventato un mestiere da acquaiolo. Fin che aveva trovato da imbarcarsi di nuovo e raggiungere lo Yemen. Un funzionario non aveva creduto alle sue credenziali di ufficiale italiano. Troppo evidentemente arabo per dire la verità. In prigione, con le catene ai piedi.

IN ITALIA CONTRO I TEDESCHI
L'Iman di San'a era stato informato. Aveva voluto vederlo. Ed era stato incantato dai  suoi discorsi. Aveva chiamato le sue donne dell'harem perchè ripetesse a loro la sua storia. Un piccolo paradiso dopo i troppi inferni. E tuttavia la notizia che una nave della Croce Rossa era in partenza per l'Italia l'aveva indotto a rischiare, a fuggire dal palazzo dell'Iman e imbarcarsi. All'attracco a Taranto aveva trovato un'Italia cambiata. Il 25 luglio, l'armistizio, l'8 settembre, la calata-fulmine dei tedeschi. Guillet si era opposto decine di volte alle demenziali leggi littorie. In Etiopia aveva accolto nelle sue bande, e protetto, i “falascià”, cioè gli ebrei. Gli era sembrato naturale rivestire l'uniforme di ufficiale e unirsi alla guerra di liberazione contro i tedeschi. “L'uniforme”, mi aveva detto Montanelli, “l'aveva lasciata più tardi per diventare uno dei nostri migliori diplomatici. Prima nei Paesi arabi del Mediterraneo, poi in India.   A Delhi, dove l'avevo incontrato e dove mi aveva concesso soltanto qualche sprazzo delle sue storie. All'ambasciata mi aveva fatto conoscere un altro sikh. Anche lui ex nemico. Adesso elettricista e in qualche modo filosofo. Aveva sistemato i fili elettrici con molta bizzarria. “Perchè non li hai messi diritti?”. “Signore, non ha mai visto, in natura, una linea retta?”. Amedeo Guillet stava andando verso Benares. Era allegro. “Trovo sempre gente interessante”. E mi aveva fatto vedere la fotografia di un “sadhu”, un santone. Mezzo nudo, con un tridente in mano. Ma un po' grassotello e roseo. Guillet ridacchiava: “L'avevo fotografato e lui mi aveva detto: 'Ne può fare una anche per mia mamma?'. Non poteva essere che italiano. E lo era, infatti. Lì, tra i boschi, viveva di bacche e credo un po' di vergogna. Gli sono diventato amico”. (Amedeo Guillet, 27 decorazioni, quattro ferite di guerra, ha vissuto nei suoi ultimi tempi in Irlanda. E' morto esattamente dodici mesi or sono, il 19 giugno. A 101 anni).

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  • Stefano

    12 Giugno @ 21.11

    Non capisco cosa c'entri l'Etiopia, Guillet non ha nulla a fare con l'Etiiopia e la stessa affermazione " In Etiopia aveva accolto nelle sue bande, e protetto, i “falascià”, cioè gli ebrei." appare fuor di luogo. Possibile che proprio in questi giorni mentre l'Eritrea festeggia i suoi 20 anni di indipendenza ancora si faccia confusione fra i due paesi ?

    Rispondi

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