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L'Agusta è partita da Parma

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 Italia 1911. Giolitti dichiara la guerra della «quarta sponda» e Gea della Garisenda scandalizza i teatri cantando «Tripoli bel suol d’amor» avvolta soltanto del tricolore nazionale. Libia 1911. Nel cielo sopra al deserto prima gli aerostati compiono lenti giri di avvistamento poi l’Etrich Taube vola basso scaricando le prime bombe. I natali all’aereonautica italiana, il record del primo sganciamento dal cielo, con le Cipelli. Un chilo e mezzo di picrato di potassio decollato tra le ginocchia del pilota. Quel Gavotti che staccava la spoletta con i denti e mirava l’obbiettivo guidando la cloche con una mano sola. La medaglia al valor militare e i versi di D’Annunzio magnificarono l’«avvoltoio pallido» dopo il bombardamento dell’oasi di Tripoli. «Di su l’ala tu scagli la tua bomba, alla subita strage; e par che t'arda Il cuor vivo nel filo della romba». Italia e Libia che si inseguono ancora in un tragico gioco di date in questo 2011. «Tripoli terra incantata divenne italiana al rombo del cannon». E dopo la guerra la colonizzazione.

 Tra i primi a dirigere un’attività in Libia fu Giovanni Agusta. La madre, Maria Bolzoni, era della contrada di San Pancrazio, sposata con il sottotenente siciliano Marcoantonio Agusta, contabile del 69° Reggimento Fanteria.
 Nel 1879 darà alla luce, Giovanni, qui a Parma. Il primo di cinque figli. Alloggio in Pilotta, al numero 4. Giovanni Agusta è il fondatore di quell'impresa, leader mondiale, nella costruzione di elicotteri che oggi si chiama Agusta Westland e che negli anni '60 e '70 diversificò l’attività nella produzione di motociclette. Motociclette con cui l’Italia vinse numerosi premi. Ma bisogna tornare in Libia per trovare l’inizio dell’Agusta motori. 
Le prime officine aprirono i battenti a Tripoli, poi si trasferirono a Bengasi tra il 1920 e il 1922. Già dal novembre del 1909 il nome di Giovanni Agusta è legato a quello dei primi voli italiani. Nel «Giornale d’Italia» del 12 novembre è scritto che: «trovandosi ad Anversa nel Belgio, per il commercio di diamanti, ebbe occasione di trattare con persone competenti in materia d’aviazione, dalle quali fu invogliato ed entusiasmato a studiarne attentamente i vari modelli di dirigibili e di aeroplani. Quindi, tornato a Capua con un ricco corredo di cognizioni tecniche, e dopo aver profondamente meditato varie opere scientifiche, specialmente quella poderosa dell’illustre scienziato Alfonso Berget, ha pensato di costruire un nuovo aeroplano».
 Così è a Capua nel '10, sulla piazza d’armi, che dopo il traino con un autovettura applaude il battesimo del cielo del primo veleggiatore biplano costruito e alzatosi in volo in Italia. Agusta divenne in seguito stretto collaboratore di Gianni Caproni a Vizzola Ticino, fino a diventare durante la Prima Guerra Mondiale ispettore per la costruzione. L’esperienza accumulata in questi incarichi permise ad Agusta di creare nel 1920 una propria officina in Libia, svolgendovi attività di manutenzione e riparazione di aeroplani. (nell’Archivio della Fondazione Museo Agusta si conserva il contratto di lavoro per l’assunzione di Luigi Perego, montatore, datato 1923). 
L’attività di riparazione e manutenzione dei velivoli del Regio Esercito gli consente, nel 1924 il ritorno in Italia con le risorse per creare un’attività imprenditoriale in proprio. in forma di ditta individuale sotto il nome di Costruzioni Aeronautiche Giovanni Agusta. Si stabilisce a Cascina Costa (VA). Oggi una Fondazione Museo racconta la storia che seguì. Una raccolta di documenti, fotografie e modelli è curata e gestita dal Gruppo Lavoratori Anziani. E’ il 1927 quando Giovanni Agusta muore, giovane e improvvisamente. Ma l’Agusta non finisce con lui. L’attività passa nelle mani della vedova Giuseppina Turretta e del primogenito Domenico. Poteva spegnersi il suo sogno, con una donna imprenditrice in un settore, quello militare, che trovava per lo meno insolita la situazione. Ma Giuseppina è forte e volitiva, ha il «pugno di ferro» con le maestranze e porta avanti un’azienda che è giunta fino a noi.  L’Agusta quindi è partita da Parma, passata per il Belgio, Capua, il deserto di Libia, e poi la base di Cascina Costa, dove arriva la partecipazione degli «americani». Una storia di tenacia e passione, di motori e ali italiane che hanno fatto il giro del mondo, un romanzo con il rumore delle «eliche che garriscono al vento come una bandiera». 
CHIARA CABASSI
 

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