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Giuditta, la cassiera di Mazzini

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 Una via molto nota di Parma è intitolata a Giuditta Sidoli, perché in quella zona della città soggiornò colei che fu una delle principali protagoniste del Risorgimento, amica, amante e stretta collaboratrice di Giuseppe Mazzini. La Sidoli dimorò dal 1837 al 1852 in una villa, intrecciando rapporti e amicizie con personaggi parmigiani, nel nome del comune ideale patriottico mazziniano, venendo poi bruscamente scacciata dal famigerato Carlo III. Ripercorriamo dunque nelle linee generali la vita di questa coraggiosa e intelligente donna, una vita movimentata e drammatica, venata di romanticismo, che sembra quasi uscita da un romanzo storico ottocentesco, ma che è invece strettamente intrecciata alle reali vicende della gloriosa epoca risorgimentale, che portò all’Unità d’Italia di cui quest’anno si celebra il 150°.
Nata nel 1804 a Milano dal barone Andrea Bellerio, a soli sedici anni sposò Giovanni Sidoli di Montecchio (Reggio Emilia), iscritto alla carboneria, col quale condivideva gli ideali patriottici. Ben presto Giovanni Sidoli entrò nel mirino della polizia, per cui nel 1821 si rifugiò in Svizzera, seguito dalla moglie, che aveva da poco avuto una bambina. Dall’unione nacquero ben quattro figli: Maria, Elvira, Corinna e Achille, ma il marito, ammalato di polmoni, morì nel 1828, lasciando vedova Giuditta ancora giovanissima. Il suocero, ricco sanfedista, non permise che i piccoli fossero educati dalla madre, "ribelle di Francesco IV": principale animatrice dei moti di Modena del 1831; l’ardente patriota venne poi, al loro sanguinoso epilogo, costretta ancora una volta all’esilio. Dopo un periodo trascorso in Svizzera, si stabilì nel 1832 a Marsiglia, dove si trovavano molti fuorusciti italiani: qui, al n. 57 di Rue de Féréol ospitò molti perseguitati politici, fra i quali anche Giuseppe Mazzini. Giuditta era appassionata, intelligente e bella, di una bellezza spirituale e con un portamento che per la strada faceva fermare ad ammirarla anche il popolino; tra i due scoppiò quello che si suole definire un "colpo di fulmine". La comunione di intenti si trasformò in profondo amore e collaborazione; fondata la Giovane Italia, Mazzini, che lei chiamava affettuosamente Pippo, ebbe in Giuditta la più stretta collaboratrice e consigliera. Alla sua donna egli affidava la "cassa" dell’associazione, e a lei faceva indirizzare la corrispondenza più compromettente; certo Mazzini provò per la Sidoli sempre un amore ardente, che traspare dalle lettere appassionate che le scrisse quando si separarono: infatti Giuditta, nel 1833, decise di tornare in Italia, perché sentiva un pungente desiderio di riabbracciare i suoi figli. Pippo ne fu straziato, ma la lasciò partire: "Povera Giuditta ...- scrisse in una lettera del 1835- io ho un presentimento, che non la rivedrò mai più. Per lei era meglio ch’io non l’avessi veduta mai; e l’ho travolta nel mio destino, e ne ho rimorso vero... Ora il sacrificio è completo. Possa ella almeno vivere tranquilla fino all’abbraccio dei suoi bambini. Io non posso farla felice, ma l’amo".

Giuditta, dopo aver tentato una prima volta di raggiungere Livorno (ma la nave dovette tornare in Francia a causa di una tempesta), riuscì nel suo intento e di lì si trasferì a Firenze, dove venne ben presto identificata dalla polizia e tenuta in larvata prigionia; del suo salotto fece un cenacolo letterario col nome di "Antologia", frequentato dai migliori spiriti libertari; entrò in contatto con  Gino Capponi, il quale la aiutò a fuggire. Eccola ancora a Livorno, poi a Napoli (su precisa indicazione di Mazzini), infine a Roma, dove entrò a far parte di una setta mazziniana, ma venne seguita da una spia. Allora, costretta a lasciare Roma, si recò prima a Bologna, poi a Modena, con la speranza di riavvicinarsi ai figli. Nel 1836, altre peregrinazioni, perché ovunque era guardata con sospetto e cacciata dalla polizia: da Modena a Lucca, a Livorno, a Genova, dove incontrò Maria Drago, madre di Mazzini. Finalmente nel 1837 trovò un asilo più sicuro a Parma, città assai vicina al luogo in cui dimoravano i figli e che era posta sotto il governo della mite Maria Luigia. Qui cominciò a chiedere a Francesco IV il permesso di entrare nel ducato di Modena per rivedere i suoi figli, ma il permesso le venne concesso per due sole volte l’anno. Comunque si interessava a loro anche per via epistolare, inviando lettere contenenti consigli sulla loro formazione e sui loro studi: le premeva che non la dimenticassero e che la amassero anche da lontano.
La relazione con Mazzini era ormai soltanto epistolare; i due si rividero solo una volta a Firenze nel 1849; Pippo scrisse alla madre: "Ho riveduto Giuditta con una gioia che non posso dirti". Poi un altro lungo periodo di separazione, riempito da lunghe lettere, molto appassionate soprattutto da parte di Pippo, il cui animo romantico si esaltava in questo amore difficile e idealizzato. Nel frattempo a Parma era morta Maria Luigia, e al suo posto regnava Carlo III di Borbone Parma, che instaurò un regime poliziesco; egli chiese a Radetzky di aiutarlo a scovare i rivoluzionari, ed ebbe la risposta: occorreva "sottoporre Giuditta Sidoli a una rigorosa ed energica inquisizione, nella speranza di rinvenire, per mezzo di lei, tracce più chiare delle mene mazziniane". Nel salotto della Sidoli convenivano amici quali l’attore Calloud e il pittore Lasagni, che apprezzavano l’atmosfera culturale, rallegrata anche dalla presenza giovanile delle figlie di Giuditta, Elvira e Corinna, ma per l’occhiuta polizia austriaca tali riunioni avevano il sospetto di cospirazioni. La casa della Sidoli a Parma fu così perquisita per più giorni nel 1852, con tanta furia che andarono quasi distrutti i mobili della camera da letto e del salotto. Non si trovò nulla di particolarmente compromettente, a parte alcune pubblicazioni e del materiale che rivelava gli ideali della famiglia: copie di giornali rivoluzionari, coccarde tricolori, poesie patriottiche, litografie allusive agli eventi di quegli anni. Nonostante il rapporto di polizia riportasse che la perquisizione "riuscì infruttuosa", Carlo III la fece ugualmente rinchiudere nel carcere di San Francesco, dove la tenne per tutto il mese di gennaio, per poi inviarla a Milano. Tuttavia il comandante della prigione, vedendo che si trattava di una donna, si rifiutò di trattenerla. Giuditta passò in Svizzera, e di qui si stabilì a Torino, dove restò fino alla fine dei suoi giorni; era ancora una donna affascinante ed il suo salotto era ancora meta di tanti illustri personaggi, tra cui il Mazzini stesso. Ecco come viene descritta all’età di 52 anni: "Bella, nel corso plateale della parola, non era: ma aveva una di quelle fronti che madre natura appronta soltanto per le intelligenze di prim'ordine; e due grandi occhi d’una soavità senza pari, uno sguardo di velluto, le linee del volto così nobili.... Con le sembianze armonizzavano la voce, l’accento e il linguaggio. Parlava e pronunziava purissimo l’italiano, non sì per altro che non trapelasse il lungo uso di una lingua straniera. Ad onta di ciò, il suo dire aveva alcun che di esotico, quasi direi di profumato, che sull'interlocutore esercitava un’attrazione irresistibile..."Nel 1868 si ammalò di tifo e non si riprese più completamente; morì nel 1871 e venne sepolta a Torino; sulla lapide la seguente scritta: "Giuditta Bellerio Sidoli, in cui erano pari potenza d’intelletto, bontà di cuore, fermezza di propositi, visse non per sé ma per i figli e per la patria". Giuditta portò nella tomba anche un mistero: le voci parlavano di un figlio segreto di Mazzini, vissuto poco (tra il 1832 e il 1835), che i due nelle loro lettere indicavano sempre con l’allusivo "l'amato A."
 ANNA CERUTI BURGIO
 

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