Arte-Cultura

Quando eravamo visti con disprezzo

Quando eravamo visti con disprezzo
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 di Maria Pia Forte

 

Nel Cinquecento erano chiamati «pidocchi, nell’Ottocento «bédouins», «zoulous», «boers», nel Novecento «ritals» e «macaronis». Epiteti coniati in Francia per gli emigranti italiani, che se dal Trecento al Cinquecento in tutta l’Europa disturbavano perché appartenenti per lo più alle classi alte, dall’Ottocento agli anni Settanta del secolo scorso, ridotti ormai al gradino più basso della società - sterratori, operai, minatori, muratori, cavapietre -, di qua e di là dell’Atlantico erano odiati perché accettavano paghe da fame e provenivano da una terra di miseria anche morale, ignara di igiene: brutti, sporchi e cattivi. Questo ci rivela il saggio «Faccia da italiano» di Matteo Sanfilippo (Salerno Editrice, 146 pagine, 12 euro): la xenofobia diffusa in tutta l’Europa fin dal tardo Medio Evo (nel 1584 Giordano Bruno denunciava lo «sdegno naturale» degli inglesi per il «forastiero») ha sempre avuto negli italiani uno dei bersagli preferiti. Un odio continuato fino a ieri, con aggressioni spesso mortali (pensiamo ad Aigues-Mortes e alle impiccagioni anche per semplici sospetti negli Stati Uniti nel tardo Ottocento, o ai pestaggi di nostri operai in Svizzera negli anni Sessanta del Novecento). A Matteo Sanfilippo, professore di Storia moderna all’Università della Tuscia e condirettore dell’Archivio storico dell’emigrazione italiana, chiedo perché già nel Trecento gli italiani fossero ovunque guardati male.  

 «Gli italiani espatriati erano molto numerosi, data la propensione dei peninsulari a cercare fortuna altrove e ad impiantare commerci su scala europea. Il controllo di compagnie commerciali e bancarie toscane sulla zecca e lo scambio monetario in Inghilterra dalla metà del Duecento ai primi del Quattrocento provocava molte tensioni: nel 1345 Edoardo III si rifiutò di saldare i debiti contratti con i banchieri toscani per la Guerra dei Cent'anni. Per il Parlamento inglese i fiorentini erano parassiti e traditori; un disprezzo rafforzato dal coevo uso francese di mercenari provenienti dalla Penisola. Gli italiani erano considerati pericolosi. D’altra parte la nostra letteratura di quel tempo, da Boccaccio a Machiavelli, mette in risalto l’inclinazione del mercante o finanziere italiano a imbrogliare. I peninsulari, inoltre, non si mostravano disposti a naturalizzarsi. Ciò valeva in particolare in Francia, che sin dall’XI secolo, per la sua vicinanza, la sua ricchezza e le sue piazze commerciali di prim'ordine come Parigi e Lione aveva sempre attirato flussi consistenti di italiani. Era un’immigrazione per lo più a breve termine, se non addirittura stagionale, e dunque l’integrazione era limitata: gli italiani apparivano interessati a prendere il più possibile dalla Francia senza trasferirvisi».   

Perché Machiavelli, fustigatore dei suoi connazionali, divenne paradossalmente l’incarnazione dell’italiano doppio, traditore, un infame senza fede né onore?   

Machiavelli esortava il Principe a impadronirsi del potere e a mantenerlo con ogni mezzo. Nel contesto delle violentissime guerre di religione francesi fu visto come il maestro della conterranea Caterina dè Medici, regina madre di più sovrani francesi. Il giurista ugonotto Innocent Gentillet nel suo «Discours contre Machiavel», del 1576, accusò il fiorentino di aver istruito i toscani che circondavano la regina su come impadronirsi della Corte parigina e soprattutto come sterminare i protestanti, scatenando il massacro della notte di San Bartolomeo nell’agosto 1572. Dall’Inghilterra all’Olanda e alla Germania ci si convinse che «Il Principe» fosse un libro demoniaco, cui tutti gli italiani si ispiravano. Anche per Shakespeare, che presenta l’Italia come terra di divisioni e faide (basti pensare a «Romeo e Giulietta»), Machiavelli è un concentrato di malvagità: il Duca di Gloucester, futuro Riccardo III, si vanta di poter essere maestro di perfida astuzia per lo stesso Machiavelli.

Allorché l’emigrazione dalla Penisola cambiò fisionomia, aumentarono le violenze contro gli italiani?   

Le violenze c'erano state anche contro gli italiani benestanti. Ma dal Seicento in poi dalla Penisola impoverita partono sempre più disperati. In Spagna, per esempio, si passa dai nobili impiegati a Corte e dai grandi mercanti del Cinquecento ai tavernieri del Seicento e agli scaricatori di porto del Settecento. Divengono dunque più violenti gli scontri in ambito lavorativo, sino ai pogrom otto-novecenteschi in Francia, Svizzera, Argentina e Stati Uniti.

L’anti-italianismo raggiunse il suo acme nell’Ottocento, quando persino i nostri patrioti in esilio furono malvisti, e nel Novecento fino agli anni Settanta, sia in Europa sia Oltre Atlantico. Che cosa non si perdonava agli italiani?   

Tutti gli emigranti erano mal sopportati. In più, noi venivamo accomunati ai nordafricani per l’aspetto fisico: l’italiano è il meridionale basso, bruno e riccio. Ha inoltre la tendenza a formare nuclei familiari compatti che vengono visti come cellule cancerogene in società altrimenti sane. In aree protestanti, poi, dalla Svizzera agli Stati Uniti, o tendenzialmente laiche come la Francia, il suo cattolicesimo con relativi riti provoca sospettosità.

Oggi le cose sono cambiate?   

Non siamo più considerati veri e propri emigranti. Inoltre gli stranieri hanno scoperto i pregi della nostra cucina e del nostro patrimonio artistico e naturale. Non vedono più la Penisola come patria di Machiavelli, ma come un luogo culturalmente un po'arretrato e governato da partiti inadatti alla modernità ma con un suo fascino vecchiotto. Non ci percepiscono più come un pericolo. 

________________

Faccia da italiano - Salerno, pag. 14612,00

 

 

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