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Storia d'emarginazione

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Francesco Mannoni

E' un libro duro, «La vita accanto» (Einaudi, pag. 170, euro 16), romanzo d’esordio dell’insegnante vicentina Mariapia Veladiano che, dopo aver vinto il Premio Calvino per l’inedito, è entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega. Un boom inaspettato e per certi aspetti inspiegabile - a parte la scrittura perfetta sotto ogni punto di vista - perché la protagonista, Rebecca, è una ragazza tutt'altro che bella, e in un mondo che, stupidamente, esalta la bellezza fisica anziché quella morale, incentrare una storia su un simile personaggio è prima di tutto un’azione coraggiosa e una sfida letteraria. L'audacia è stata premiata, e Mariapia Veladiano con questo romanzo che sembra richiamare «La bruttina stagionata di Carmen Covito» (Bompiani 1992), la cui protagonista difettava di sex appeal e aveva qualche problema con gli uomini, ha  saputo ridare grinta a tantissime donne  considerate «brutte». Scartiamo subito l’ipotesi che possa trattarsi di una storia autobiografica, perché la neoscrittrice Mariapia Veladiano è una signora dall’aspetto molto piacevole e dotata di una simpatia contagiosa,  per cui le chiediamo come nasce questo romanzo. «Non c'è una storia cui mi sono riferita - precisa -. Penso che sia venuto fuori dal di dentro di storie di emarginazione e di dolore viste frequentemente, a scuola soprattutto. Può sembrare spietato, ma il mio è un libro sul dolore di non essere amati. La scelta è caduta sulla bruttezza che ritengo una crudeltà assoluta perché esclude, ed essere esclusi perché non belli, equivale a non esistere. Molte ragazze, non solo per il fatto d’essere brutte, ma anche per colpa di una povertà culturale, hanno maggiori difficoltà e sono come spinte in un angolo. E di queste storie d’angolo ce ne sono parecchie».
La scuola come un laboratorio di caratteri per lei?
La scuola la guardo come la guardava Don Milani: da lui ho imparato a vedere come - se non è ben condotta, se non sa bene quali siano i suoi compiti - la scuola possa esaltare le differenze invece che rendere più omogenee le opportunità. Preciso però che non è un romanzo sulla scuola, anche se ci sono delle figure come la maestra buona, o delle insegnanti che non sanno fare il mestiere e non sanno tenere, non tanto la disciplina, quanto l’ordine etico intorno a loro.
Tra gli omologati giovani d’oggi, per una ragazza brutta quanto è difficile far parte di una simile tribù?
C'è un canone strettissimo di bellezza che comprende ogni cosa: il modo di tenere i capelli, le marche, i tipi dei vestiti e gli accessori. E’ una condizione assurda per certi aspetti perché mette tutti all’inseguimento di cose che spesso non si possono neanche avere. Però c'è la possibilità secondo me, un pochino ventilata nel libro, che qualcuno accolga queste diversità. Rebecca è stata abbastanza bene alle elementari perché la scuola può essere un formidabile serbatoio di integrazione e se funziona, può fare da ammortizzatore a tante esclusioni sociali. Ma non basta perché oggi la scuola sta remando contro corrente in modo drammatico, perché tutto, ma proprio tutto, intorno non aiuta ad accogliere le diversità nel senso più ampio del termine. Dobbiamo insegnare che l’aggressività e la prepotenza non sono virtù.
Perché ha fatto Rebecca  così brutta?
Perché ho accentuato l’aspetto della bruttezza, senza entrare nella logica del brutto anatroccolo, attorno a una metafora di condizioni che non hanno una soluzione necessariamente consolatoria o positiva. Non tutti gli anatroccoli diventano cigni perché ci sono delle condizioni esistenziali in cui l’essere brutte può essere una disabilità o una malattia che non si cura. Ma in queste condizioni, la vita va vissuta ugualmente, anche se si tratta di vite marginali o di dolore. Questa è la nostra unica vita ed è ingiusto che sia vissuta male qualunque sia la motivazione.
Rebecca vive la sua bruttezza, quasi come una colpa. Perché tanto avvilimento?
Vive male perché non c'è nulla di esplicito attorno a lei. Non è vista per quello che è, e le si addossa la colpa di non incarnare il sogno dei genitori. Ma se carichiamo i nostri figli di troppi sogni li chiamiamo a delle attese che non sono le loro, quindi ci vuole una risorsa insperata, un compito che spetta a molti. Lei rampolla di una bella famiglia, soffre perché è brutta e oggetto di una situazione ambigua: dovrebbe rappresentare anche la salute della madre malata, invece così non è, e da ciò il dolore.
Rebecca ha paura anche dello specchio. Un rigetto della sua stessa immagine?
Lei si guarda con disagio nello specchio, ma tutto sommato è uno sguardo di verità. Si guarda per vedere la corrispondenza a un desiderio o a un sogno. Si guarda per capire come si è, si guarda fino in fondo, si vede, si rigetta, ma alla fine vive.
Rebecca è diversa dalle altre ragazze, ma perché non fa niente per assomigliare a loro?
Rebecca non fa niente perché lei è esclusa anche dal sogno e le altre ragazze le vede come esseri che non sono alla portata dei suoi desideri. Le ragazze del nostro tempo a volte non sono consapevoli di far parte di un’omologazione, perché è considerato normale essere come gli altri. Ma cambiano quando trovano una responsabilità nella scuola, o quando cercano una dimensione di spiritualità che dia loro un ruolo.
Cosa suggerisce alle persone brutte o che hanno problemi a relazionarsi con gli altri?
Avere delle passioni e non essere preoccupate. Credo che ci sia qualcosa che ha a che vedere con il valore di sé e quindi abitare il mondo per questo valore. Diventare cigni non deve essere così importante. La vita è bella, anche se si resta anatroccoli.
La vita accanto - Einaudi, pag. 170,  euro 16,00

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