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Hemingway, febbre di vita

Hemingway, febbre di vita
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di Giuseppe Marchetti
Il due di luglio 1961, quando Ernest Hemingway si uccide sparandosi un colpo di fucile in bocca, ha sessantadue anni e alle spalle una vita talmente avventurosa da far ricordare il famoso aggettivo che D'Annunzio applicava alla propria: «inimitabile». Ma il vivere inimitabile era logorato dall'infelicità, da un non sapersi adattare alla solitudine, alla malattia e al pensiero della morte. Una vita cariata, dunque, come la descrive in un suo seggio del 1987 Vargas Llosa: «La sua biografia? Quella di un uomo d'azione: viaggi, violenze, avventure, e, a tratti, fra una sbronza e un safari, la letteratura. L'avrebbe praticata come la boxe o la caccia, in maniera brillante, sporadica: per lui si trattava innanzitutto di vivere. Emanazioni quasi involontarie di questa vita azzardata, i suoi racconti e i suoi romanzi gli sarebbero debitori quanto al loro realismo, alla loro autenticità... Chi ci avrebbe creduto? Questo giramondo simpatico, bonaccione, si china al termine della vita sul suo passato e, fra mille peripezie - guerre, drammi, imprese - che ha vissuto sceglie con una certa nostalgica malinconia l'immagine di un giovane arso da una passione interiore: scrivere».
Il ritratto tracciato da Vargas Llosa è impietoso, ma in buona parte vero. E la tragica fine di una siffatta vita lo conferma. Eppure, Ernest Hemingway era stato felice. Senza nessuna disciplina, la sua narrativa era dilagata, dalla fine degli Anni Venti in poi, verso una popolarità e un successo che nemmeno lui avrebbe mai potuto immaginare, nemmeno quando a venticinque anni, a Parigi, tira di boxe e gioca a tennis con Harold Loeb, William Carlos William e Dos Passos. Eppure nel suo eterno peregrinare, lo scrittore inventa e vive proprio quella «inimitabilità» che, alla fine, lo travolgerà senza scampo. Ernest è una creatura curiosa, succhia avidamente il fascino delle emozioni dei contatti, dei rischi, soffre la solitudine ma sa anche come vincerla e superarla: combatte e si nutre  di un disperato vitalismo che fa curiosamente rima con giornalismo sino dai tempi del «Kansas City Star» dove chiede d'essere assunto a diciassette anni, per poi infilarsi - sempre mentendo - tra le fila della Croce Rossa per arrivare in Europa a combattere nel '18, quando a Fossalta di Piave rimane ferito. Finita la guerra, e tornato in patria da eroe, Ernst non si ferma. La sua mira è Parigi, dove già abitano Gertrude Stein ed Ezra Pound. Fiorisce il suo primo vero romanzo, «Il sole sorge ancora» («Fiesta»)  seguito da «Torrenti di primavera», ed è il successo, che verrà consacrato da «Addio alle armi» nel '29. Instabile e insofferente di qualsiasi tipo di sosta, Hemingway corre in Africa, a Cuba, tra battute di caccia e di pesca d'alto mare, mentre attorno a lui si crea una leggenda che egli stesso alimenta con «Morte nel pomeriggio» ('32), «Verdi colline d'Africa» ('35) e «I 49 racconti» ('38). La penna agile e sicura del giornalista passato senza colpo ferire alla letteratura, incanta. Le sue pagine sono scorrevoli e avvincenti come una cronaca che continuamente pullula da se stessa, i personaggi vivono dentro i loro incanti strappati, con le passioni a fior di pelle, sicuri di vincere e destinati, invece, a dolorose sconfitte: sono in parte la dimensione nascosta dello scrittore e in parte la sua rivincita e il suo correre dentro la vita, il suo «Avere e non avere» del '46, che annuncia l'arrivo, dopo solo pochi mesi, di «Per chi suona la campana». Il mondo della letteratura, ma non solo, rimase affascinato dalla presenza di questo americano-italo-francese che andava incontro al proprio mestiere di vivere con la sicurezza del soldato, e senza umiltà ma con un'ombra ineliminabile di nostalgia, un pensiero, una memoria e una segreta lotta interiore che ora diventava aggressione, ora invece si capovolgeva in un sentire elementare e quasi pudico, innocente. «Il vecchio e il mare» ('52) è in questo senso un capolavoro assoluto, una sosta memorabile, come «Festa nobile» del '64, dal quale il fotografo parmigiano Franco Furoncoli trarrà nel '98 un memorabile volume di immagini in bianco e nero «Parigi senza tempo» (Idea Libri editrice) con prefazione di Fernanda Pivano, un volume di poesia palpitante legata alla Parigi degli Anni Venti che Furoncoli descrive con straordinaria passione visiva. Anche di queste audacie dobbiamo dar merito ad Hemingway, alla sua ricerca di felicità. Aveva scritto in «Di là dal fiume e tra gli alberi» proprio così: «La felicità, come sai, è una festa mobile», restando fedele, nonostante tutto, a questa sua convinzione che matura anche nei luoghi più inospitali, in guerra, in pace, a Toronto come a Cortina, in Spagna sotto le bombe e a Parigi culla di ogni seduzione e immaginazione. Eppure, qualcosa rimase in fondo al suo cuore di generoso testimone del nostro secolo; qualcosa che aveva un solo nome: paura della morte, della vecchiaia, del fallimento. Prima di mettere fine ai suoi giorni agitati, Hemingway aveva scritto ancora due romanzi di grande interesse: «Isole nella corrente» e «Il giardino dell'Eden», pubblicati postumi nel '70 e nell'86, che furono giudicati stranamente felici e quasi in pace con i personaggi e con l'urgenza di esprimersi, cioè la sua prosa iterativa simile a un parlare senza tregua, in gara con il rischio di perdersi o di dover rinunciare. Anche questi elementi fanno parte della sua lezione e del suo modo di vivere. Inimitabile davvero. 

 

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