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Al tennis con la figlia del Duce

Al tennis con la figlia del Duce
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 di Alessandro Censi

Questo libro si basa sul diario che ho tenuto dai quattordici ai diciotto anni. Un diario che non ho mai buttato e che qualche 
anno fa m'è venuta voglia di rileggere. Comincia in una giornata che avrebbe potuto essere uguale a tante altre, invece è stata una giornata speciale. Era il 25 luglio 1943, ero a Riccione e giocavo a tennis con una ragazza che era stata mia compagna di scuola a Roma per tutte le elementari e per le medie. Questa ragazza si chiamava Anna Maria Mussolini, e a un certo punto, quel 25 luglio 1943, le sue guardie del corpo interruppero la partita e le dissero che doveva tornare subito a Roma perché nell’ambito della seduta del Gran Consiglio il Duce era stato sfiduciato e arrestato». Luciana Castellina, giornalista, scrittrice, politica e splendida ottantaduenne, rievoca la sua adolescenza in un’epoca in cui nubi fosche coprivano l’Italia. Da quel giorno cominciò per lei «La scoperta del mondo», un viaggio attraverso il quale avrebbe compreso le sue inclinazioni politiche, e imparato a conoscere l’Italia e i suoi problemi. Questo romanzo, con il quale è finalista al Premio Strega, è una testimonianza responsabile di una situazione che allora quasi non capiva completamente, ma ben presto fu coinvolta nei cambiamenti politici del Paese, in quella rinascita che lasciava intravedere orizzonti diversi dopo un ventennio d’immobilismi tattici, restrizioni e censure. 
Che cosa si pensava in quei giorni?
 Molti speravano che sarebbe finita la guerra anche se questo avrebbe significato la sconfitta. Iniziai allora a scrivere il mio " Diario politico", e sono andata avanti per quattro anni, tutti i giorni. Il libro in gran parte è basato su questo, e in corsivo sono riportati pezzi autentici del diario, mondati dalle stupidaggini che può scrivere una ragazzina alle prese con fatti di cui non capisce niente. 
 Il libro racconta una storia di formazione e la crisi di una generazione educata e cresciuta durante il fascismo, che a un certo punto si deve ricreare delle basi e un’identità. Fu allora che cominciò a maturare la sua coscienza politica?
Sembrerà assurdo, ma debbo dire che la mia prima cognizione di politica, io l'ho avuta proprio da Anna Maria Mussolini nel senso che quando eravamo a scuola, ci trattenevano in aula fino all’una per farci sentire alla radio il bollettino di guerra. Anna Maria che era molto simpatica ma anche molto arrogante, commentava ad alta voce quello che si diceva a casa sua e spesso se ne usciva con battute come questa: «Papà dice sempre che il re è un cretino». Le prime crepe nel pensiero compatto che avevo ricevuto a scuola, le ha aperte proprio lei. 
 La sua era una famiglia antifascista?
Era antifascista nel senso che ci raccontavano le barzellette contro Mussolini, ma non molto di più perché anche a casa avevano le idee confuse. Sarebbe stato diverso se io fossi vissuta al Nord dove la Resistenza è stata una cosa ben più compatta di quella di Roma, perché l’occupazione è durata meno: a Giugno del 1944 eravamo già fuori, e quello che continuava a succedere l’abbiamo imparato dopo.
 Come ricorda l’occupazione?
A quel tempo inglesi, tedeschi, americani mi parevano tutti uguali, e pensavo che non ci fosse scampo. Ho attraversato un grande smarrimento, poi pian piano, ho ritrovato il senso della parola patria: una dimensione di solidarietà che è la prima scoperta del mondo che poi va avanti attraverso una serie di scoperte successive, finché arrivai all’iscrizione al partito comunista nell’ottobre del 1947 passando attraverso le vie più strane.
 Quali furono le vie strane? 
 Il primo contatto con il partito comunista fu traumatico, perché mi picchiarono. Pochi giorni dopo il 25 aprile e la liberazione, ci furono le prime manifestazioni per Trieste italiana con scontri polemici sul destino della città: alcuni avrebbero voluto che arrivassero prima le truppe alleate, altri i partigiani di Tito. Venivo da una famiglia triestina, e poiché tutte le scuole parteciparono alla manifestazione per Trieste Italiana ci andai anch’io. Ma arrivati in Piazza Esedra, degli operai comunisti ci picchiarono di santa ragione. Perché quella manifestazione su Trieste era organizzata dai fascisti, cosa che noi non sapevano. Ero ancora dolorante, quando dalla direzione del Pci uscì un gruppetto di persone e si mise sulle gradinate della piazza a fare un comizio su Trieste. Ascoltavo e sentivo dire delle cose che non avevo mai saputo: come avevamo trattato gli sloveni, la pulizia etnica vera che i fascisti già negli anni Venti quando andarono al potere fecero nelle zone del Friuli e di Trieste per scacciare gli sloveni, poi l’occupazione della Jugoslavia insieme ai tedeschi. E pensai di vedere chi erano questi comunisti. Erano Citto Maselli che poi è diventato un regista famoso, Sandro Curzi giornalista della Rete tre e tutta una serie di persone che poi sono diventate parecchio famose nella storia del partito, e Agata Apicella, la madre di Nanni Moretti. Da lei andai a fare delle ripetizioni per iscrivermi al Liceo e capitai in una famiglia che mi ha insegnato ben più della matematica, del latino e del greco: la famiglia Apicella, era una famiglia di antifascisti consapevoli, e da loro appresi i primi rudimenti della politica. 
 Che cos'era la politica di allora rispetto a quella dei nostri giorni?
La politica allora era in rapporto strettissimo con la cultura. Le prime mostre di quadri le ho viste perché erano organizzate dai partiti politici. E anche il dibattito culturale era serrato. Il libro l’ho scritto anche per i miei nipoti che quando sentono la parola politica al massimo pensano a un mestiere, come fare l’avvocato o il professore. Per noi la politica invece è stata la cosa che ci ha fatto scoprire la vita, che non era guardarci l’ombelico ma rapportarci agli altri, scoprire quelli diversi da noi, che cos'era il mondo che avevamo intorno e che abbiamo scoperto un po' alla volta con le storie del nostro secolo, di cui noi non avevamo la minima idea.
   La scoperta del mondo -   Nottetempo, pag. 296,   16,50

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