Arte-Cultura

Un sogno trasformato in donna

Un sogno trasformato in donna
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di Rita Guidi

Marilyn Monroe: c'è qualcosa da aggiungere? Qualcosa che manca, alla curva morbida della sua bocca o al biondo Hollywood dei suoi capelli, per incarnare il brivido esatto della sensualità, il sogno in cinemascope di ogni sguardo maschile?  Nulla, di certo, no. Manca invece il punto d’equilibrio, tra lo splendore del mito e il mistero della donna. Un sentiero per gli occhi sorridenti di Norma Jeane, che ne spieghi bellezza e fragilità, entusiasmi e incertezze.  Come l’album di una straordinaria, difficile vita, è allora questo volume a cura di Anne Verlhac «Marilyn Monroe - L’eterno mito della bellezza» ((Edizioni White Star, da mercoledì in vendita con la Gazzetta a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano). Ricognizione utile ed equilibrata, sull'esistenza celebre e sofferta di una diva, per una volta senza retorica e senza stereotipi. Più Norma Jeane che Marilyn, appunto. Bimbetta incuffiettata e buffa, sorridente e sola, se non fosse per lo sguardo di un’amica e della madre. «Figlia di Gladys Pearl Monroe e di Martin Edward Mortenson, un panettiere morto in un incidente di moto quando sua figlia aveva tre anni - scrive infatti David Thomson nella prefazione che ne rintraccia una rapida biografia - Nulla assicura, però, che fosse veramente il padre di Norma Jeane, la quale, probabilmente, non ha mai conosciuto l’identità del genitore». E dunque nemmeno l’affetto di un padre. Questo, allora, cercava, viene da chiedersi con Thomson obbedendo a una facile psicologia, nell’abbraccio degli uomini? Forse. Quel che è certo è che è un uomo, un ragazzo, di 21 anni, che sceglie per sfuggire al susseguirsi gelido di troppe famiglie in affido, o al ricordo di una madre troppo spesso internata in ospedali psichiatrici. Si chiama Jim Daugherty e lo sposa che ha appena 16 anni: lui ha ancora le lentiggini, lei è già una splendida pin-up che sorride al sole. Quel sorriso leggero e biondo che è la sua forza e la sua condanna.  «Il mio lavoro è il solo punto fermo a cui ho potuto fare riferimento - affermerà lei stessa, con lucida consapevolezza -. Ho l’impressione di avere una sovrastruttura completa, ma senza fondamenta. Al momento sto cercando di porvi rimedio».  Una sovrastruttura completa senza fondamenta. Un sogno da concedersi senza preoccuparsi d’altro. Questo leggono in lei i fotografi che la invitano a posare nelle prime sedute. Il risultato? Non cercatelo qui: spesso erano servizi senza pellicola: «di giovanotti eccitati, troppo timidi per farle la corte apertamente - spiega Thomson -, in ogni caso dei tipi che avevano intuito la sua vulnerabilità». Una bellezza senza fondamenta. Una femmina dal potere biondo il cui prezzo non sa usare e dosare. La foto nuda di Tom Kelly, per 50 dollari - celeberrima, candida e morbida, sul velluto rosso del calendario «proibito» Miss Golden Dreams - è già lì, dietro l’angolo. Roba piccante, per l’America del 1949. Roba da chiederle se, davvero, non indossasse nulla: «Sì. La radio...» risponderà lei con la stessa birichina ingenuità che la vedrà accennare  a quelle famose gocce di Chanel... E’ anche così che cade nella trappola degli occhi: quelli della celebrità, degli uomini, del mondo. Quelli che la vogliono emblema di una femminilità insieme facile e irraggiungibile, bellezza muta usa-e-getta, da sognare, accarezzare, possedere.  Il cinema la vede come la perfetta svampita. Angelo del desiderio al quale si possono spezzare le ali.  Hollywood la innalza e la umilia: molti lustrini e poche battute, molto stress e pochi dollari. «Fai quello che sai fare, sii sexy», grida a una Marilyn già intimidita dal grande attore, Laurence Olivier, paradossalmente per «rassicurarla».... E questo le chiedono, in quel lungo, terribile, ripugnante week-end, «poco prima della sua morte, quando - come ricorda Thomson - nella residenza di Frank Sinatra a Reno, nel Nevada, tutti gli invitati, gente di Hollywood o boss mafiosi, abusarono a turno di lei».  Eppure Norma Jeane ci aveva provato, a dire un sì diverso: alle spalle forti di Joe Di Maggio (è solo lui, solo, che vediamo piangere il suo ricordo, quel famoso 8 agosto 1962, al Westwood Memorial Park), o a quelle avvolgenti di Arthur Miller (con lei nella sabbia, in giardino, tra le mura di casa). Ma è un costruire senza fondamenta. Inseguire qualcosa che manca.  «...Possa il tramonto inondare il cielo d’oro/ E che io possa amare/ Oppure morire!», scrive in una poesia che regala, con la sua vita e un rolex d’oro (sul retro l’incisione «A Jack per sempre con amore, 29 maggio 1962»), a JFK per festeggiare il quarantacinquesimo compleanno del Presidente degli Stati Uniti.  Si firma Marilyn, ma è sempre Norma Jeane. Ha 36 anni, vive in una piccola casetta di Brentwood ed è quasi in rovina.
Nel rapporto della polizia, il documento che ne stabilisce la morte, il 5 agosto 1962, sembra appartenere più alla feccia dell’umanità che a un universo di stelle. Invece adesso è Marilyn, ed è bellissima. Non più sogno da possedere, ma mito intoccabile e biondo di bellezza. Senza più nulla che manchi davvero alla sua storia di donna.

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