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Arte-Cultura

La Biennale "illuminata"

La Biennale "illuminata"
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Stefania Provinciali

 

Non basta lo sguardo attento davanti alle opere allestite all’Arsenale ed ai Giardini, espressione dei padiglioni nazionali, perchè le sollecitazioni a La Biennale di Venezia appaiono subito molto diverse tra loro e inducono a rinnovare le letture, ad aprire confronti: una prospettiva che passa attraverso la «ripresa» di un passato dai risvolti «luminosi» ben visibile nell’opera del Tintoretto, pittore della luce, esposta nel padiglione centrale dei Giardini. La 54 Esposizione internazionale d’arte La Biennale di Venezia offre una ricchezza culturale che va ricercata dentro i singoli confini d’origine, mischiata con l’inevitabile apertura globale della contemporaneità, fra tendenze collettive e identità frammentarie, fra alleanze temporanee e la riscoperta dei generi «classici» come la pittura e la scultura, ma anche la fotografia e il video, che si fanno strada fuori dei modelli interpretativi convenzionali. Curata da Bice Curiger si snoda nei «luoghi» storici e nel cuore della città lagunare, affiancata dal numero record di 89 partecipazioni nazionali. In questo complesso contesto, dove il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale è stato assegnato alla Germania con Christoph Schlingensief (Padiglione ai Giardini), Susanne Gaensheimere commissario, e il Leone d’oro per il miglior artista di ILLUMInazioni allo statunitense Christian Marclay - il suo The Clock, 2010, esposto alle Corderie dell’Arsenale è considerato un capolavoro - Tintoretto ha ispirato artisti diversi. Ci sono Nicholas Hlobo che cita «La creazione degli animali», Monica Bonvicini che «guarda» ed interpreta l’ampia scalinata della «Presentazione della Vergine» od ancora James Turrell, artefice di spazi luminosi «per dimenticare la propria grammatica della percezione». Ma ripensando la storia dell’arte non si può non citare lo svizzero Urs Fischer, la cui complessa installazione contrappone «Il ratto delle Sabine» del Giambologna e la figura dell’uomo contemporaneo, valori eterni e raccapriccianti illusioni fatti di cera che bruciano al fuoco di una fiammella fino al proprio annientamento. Emblema di un ritorno possibile alla scultura è il giovane argentino Adrìan Villar Rojas, che per il padiglione della sua nazione ha creato un’installazione site-specific, accostando una serie di opere monumentali in argilla, dove ogni forma ed ogni gesto sono disattesi rispetto al nostro occhio, come se fossero produzioni di un’arte extraterrestre o di una civiltà sconosciuta del passato, quasi a confermare che la produzione artistica trova riferimenti al di là dei confini del tempo. Tra le proposte interessanti, e sono veramente tante, c'è il padiglione nazionale di Israele affidato a Sigalit Landau. Il tema della difficile convivenza tra israeliani e palestinesi trova riferimento in una installazione in tre parti in cui vengono usate, come metafore, acqua sale e terreno in una sorta di critica al nazionalismo non senza una forte tensione creativa. Ancora l’acqua, elemento essenziale alla vita, diventa protagonista in «Acqua ferita», padiglione Iraq, in cui sei artisti appartenenti a due generazioni diverse, con opere realizzate in situ coniugano la pratica artistica contemporanea con la particolare esperienza, aspetto questo comune alle opere più sofisticate. Coinvolge il background artistico non tradizionale della scrittrice Raja e dell’artista visiva Shadia Alem nel padiglione dell’Arabia Saudita in una lettura di due visioni del mondo nel passaggio dall’oscurità alla luce, e di due città La Mecca e Venezia. Diohandì nel padiglione greco ne muta l’aspetto esterno e interno con un’installazione globale. Anche in questo contesto l’elemento luce, accomunato all’acqua, è espressione della massima purificazione e della chiarezza di pensiero, in una interpretazione dai risvolti sociali. Lo stesso padiglione Venezia presenta un’artista che all’acqua ha dedicato buona parte del proprio lavoro, Fabrizio Plessi. Nei suoi «Mariverticali» sintetizza il luogo dello spazio assoluto e del lucido sapere. Nel padiglione statunitense vengono rievocati i temi della competizione, del nazionalismo e del militarismo e particolarmente esplicita è la contrarietà alla guerra e alle discriminazioni: sei opere per la mostra Gloria, realizzate da Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, il tutto sintetizzato e simbolizzato all’esterno dall’opera «Track and Field», un carrarmato capovolto sovrapposto da un tapis roulant sul quale corre ad intervalli regolari un atleta della Federazione di Atletica Leggera. E’ un’unica «performance estesa» la proposta spagnola «Lo inadecuado» di Dora Garcia un progetto corale che propone ogni giorno un artista in scena ed in cui è presente «una buona parte d’Italia» attraverso artisti e curatori nell’ampliamento di un «pensiero artistico» in cui arte e società sembrano andare di pari passo nel cogliere la drammaticità del reale ma anche il sogno possibile.  

 

 

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