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Nel labirinto delle trincee

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Giuseppe Martini
Tutte le recensioni di «La paura» di Gabriel Chevallier rinnovano lo stupore del paragone con il libro al quale finora è legata la fama di Chevallier, «Clochemerle», divertente romanzo del 1937 che in Francia ha anche generato una locuzione popolare. Se non fosse stato per «Clochemerle», di Chevallier non si sarebbe accorto quasi nessuno: il resto della sua produzione narrativa non ha mai trovato un posto nelle Lettere francesi, e «La Peur» è uscita nel 1930 senza troppa enfasi e ritirata dalle librerie alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, finché, nonostante una riapparizione nel 1959, è solo con la nuova edizione Passeur del 2008 che la Francia si è accorta di questo libro.
Ora che esce in italiano, ben tradotto dal parmigiano Leopoldo Carra per Adelphi, «La paura» si rivela un po' diversa da come la raccontano, e forse pure migliore.
Che il libro sia stato ritirato nel '39 si spiega facilmente: alla vigilia di un nuovo conflitto, sarebbe stato imbarazzante lasciar circolare l’autobiografia di un ragazzo arruolato nella Grande Guerra, che per oltre trecento pagine non fa che parlare di cadaveri, di teste mozzate, di piedi disossati e della precarietà della vita al fronte. Si dice, è d’obbligo dirlo, che il punto di vista del soldato faceva entrare in questo romanzo, per la prima volta, la sensazione della paura che si prova in guerra. Sono le granate che possono spazzare in un attimo la trincea, le folate del fuoco, i marosi dei proiettili più grossi e le detonazioni che mandano i subbuglio le viscere, fanno spasimare i muscoli, mettono di fronte a un vicolo cieco. È questa la paura che entra nella letteratura di guerra con questo libro? Sicuramente non è quella che il protagonista stesso, ferito, pronuncia per nome quando le infermiere gli chiedono cosa ha provato dopo lo scoppio della guerra.
Il sentimento, in letteratura, non è enunciativo. E non è ormai, ai nostri occhi, neppure qualche descrizione un po' macellaia a cui un quarto di secolo di cinema, televisione e letteratura ci hanno ormai mitridatizzato. Semmai, e non è detto non sia un pregio della traduzione, la paura è secondo noi in questo caso un fatto di spazi e di sonorità. Squilli di trombe d’improvviso che lontani annunciano il fuoco di sbarramento, le tramontane taglienti che spazzano i fianchi delle montagne, i razzi che sibilano accendendo nel cielo «dodici lampade tremolanti che formano una cupola di livido chiarore», grida d’odio e di trionfo, proiettili che volano, la nebbia che attutisce i suoni, il fuoco di fila e la pioggia di granate di cui non viene risparmiata la descrizione delle tecniche per evitarla. Se c'è una paura, quindi, è quella del misero corpo umano che si sente indifeso in uno spazio friabile, privo del riparo che la vita ordinaria costruisce nella consolante conferma delle convenzioni e delle illusioni. Chevallier ne è consapevole: sull'orrore e la violenza stende riflessioni sull'insensatezza dei gesti e dei pensieri ma attraverso una lingua fluida e antiespressionista, come se volesse dire i concetti di un George Grosz con lo stile di un Degas, o di quei disegni di Cocteau fatti di sagome filiformi. La domanda che resta appesa all’ultima riga del romanzo è la perfetta sintesi di questo atteggiamento, che è senso di distacco e ironia di un’esperienza vissuta e devastante: in fondo Chevallier è l’autore di «Clochemerle», ed è quindi al riparo da qualsiasi rischio di retorica.
La paura -  Adelphi, pag. 336,  20,00

 

 

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