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Passioni e azzardi a Roma

Passioni e azzardi a Roma
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di Anna Folli

Una lingua spezzata, costruita sulla fascinazione delle metafore, sulla melodia delle ripetizioni, sull’uso personalissimo della punteggiatura che nella separazione dei vocaboli sembra volere esprimere una solitudine assoluta, che è delle parole come dei personaggi. Ci sono romanzi (e solo allora è forse possibile parlare di vera letteratura) in cui la scrittura non è soltanto il mezzo per raccontare una storia ma diventa la vera protagonista, tanto è intensa e coinvolgente la sua forza espressiva. Ed è questo il caso di «Privati abissi» il romanzo che Gianfranco Calligarich ha concepito, scritto, corretto e riscritto per oltre trent’anni. Che non fosse un autore prolifico già lo si sapeva: dopo il bellissimo «L’ultima estate in città», uscito nel 1973 e meritatamente ripubblicato l’anno scorso da Aragno, Calligarich si era dedicato all’attività di sceneggiatore televisivo e di uomo di teatro. Nei mesi scorsi, forse stimolato dal successo della riedizione del suo primo romanzo, ha finalmente acconsentito a staccarsi da questo struggente racconto di solitudini e di sconfitte.
«Privati abissi» è la storia dell’amore tra un uomo e una donna privilegiati: giovani, belli e ricchissimi. 
Lui si chiama Tommaso (ma per tutto il romanzo verrà chiamato dal narratore «sprangato partner»). Rampollo di una famiglia di industriali genovesi, è un trentenne solitario e taciturno che ha deciso di regalarsi dieci anni di libertà lontano dall’azienda paterna per inseguire le proprie inquietudini esistenziali suonando il pianoforte nelle sale di registrazione. Lei, Alessandra, unica figlia di un banchiere svizzero, è una donna fascinosa e tormentata, «forse troppo sicura del suo splendore»: un’inafferrabile eroina che compare e scompare a bordo di una Porsche bianca, come bianchi, sempre, sono i suoi abiti. Si incontrano a Roma, una sera d’estate del 1968, al «Tempo Ritrovato», un caffè a un passo da Piazza Navona dove Tommaso è diventato socio del proprietario. Subito l’incontro appare fatale e definitivo per entrambi: Tommaso ha l’irragionevole percezione che Alessandra sia l’unica donna «all’altezza della sua partita». Lei si illude che la forza tranquilla del suo compagno possa mettere in fuga gli spettri di un passato traumatico impossibile da dimenticare. Testimone del loro incontro è un giocatore di casinò, fuggito da una nebbiosa città del nord. Trent’anni dopo che tutto è finito, mentre in treno sta ritornando a Roma, è lui a narrare la storia che l’ha visto inerme spettatore. Racconta il deflagrare della passione tra Tommaso e Alessandra, il matrimonio precipitoso, la romantica partenza per Capri e il loro ritorno che segna la fine di una brevissima unione mai consumata fino in fondo. L’amore, le gelosie, i tradimenti, i peccati, la morte sono gli ingredienti di una trama che pare sfiorare il melò senza mai scivolarci grazie alla maestria creativa della scrittura.
Un romanzo come «Privati abissi» non può prevedere l’happy end. 
Ma a riscattare la tragedia c’è il ritratto di una città incomparabile e perduta: la Roma raccontata da Calligarich è la città dei vicoli dove convivono spiantati e miliardari, la Roma delle fontane e delle piazze assolate, la Roma delle cupole che si stagliano contro il cielo «pesantemente azzurro e carico di certezze». Una città che diventa paesaggio emotivo ancora più che sfondo della narrazione.
  Privati abissi -  Fazi, pag. 200,  18,00

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