Arte-Cultura

La luce, mito di Candida Ferrari

La luce, mito di Candida Ferrari
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Tiziano Marcheselli
Si intitola «La luce della leggerezza» la personale dell’artista parmigiana Candida Ferrari aperta alla galleria Varart di Firenze fino al 30 settembre, e in due parole è racchiuso tutto il significato, tutta l’atmosfera creata da questa operatrice visiva che da anni, ormai, lavora con un unico desiderio: andare oltre la consistenza della materia e sfruttare la luce come colore, o, addirittura, come supporto (a mo’ di cartone o di acetato).
Questo tipo di lavoro (e, ovviamente, di filosofia delle cose) è lontano anni luce dalla pittura come tale e quindi anche dal provincialismo delle mostre personali nei luoghi deputati e dal quadro come bene di conforto e di rifugio; l’attività della Ferrari, quindi, si svolge dove tempi e luoghi, proposte e culture lo permettono. Quindi, solitamente lontano da Parma.
Come appaiono lontani l’Istituto d’arte «Paolo Toschi» e perfino l’accademia di Brera a Milano, il corso di Guido Ballo e la tesi su Anton Atanasio Soldati (e l’amicizia con la burbera signora Maria). Per non parlare, poi, del Premio dei giovani artisti Camattini, che ha visto, un anno, l’affermazione della Ferrari ex-aequo con Pier Giorgio Armani di Piacenza (con collages astratti) e Alberto Nodolini di Luzzara (con quel tipo di disegno raffinato che poco dopo lo ha portato a primeggiare a «Vogue» a Milano) .
Ma già allora Candida Ferrari cercava qualcosa di diverso dal pur brillante figurativo degli amici Checco Barilli, Marina Burani e Donatella Monica. Le sue figure erano fantasmi dietro cui si celavano insicurezze e tentativi, corpi come paesaggi e paesaggi di fumo. Poi è arrivata la plastica, gli acetati e i plexiglass dipinti e sovrapposti, i tubi trasparenti, il cartone metallico, il bitume liquido, le installazioni.
Ma l’elemento del quale la Ferrari non può fare a meno è certo la luce. La luce che passa attraverso le sue elaborazioni, ma anche la luce proprio come protagonista, per la quale è affascinante allestire gruppi artistici pubblici o trasformazioni di situazioni già esistenti.
«Candida Ferrari - scrive Giorgio Bonomi - assembla i materiali con cui costruisce l’opera in modo tale che questa non solo assorba intensamente la luce, ma anche e soprattutto paia emettere fortemente la luminosità dal suo interno e/o dalle superfici su e da cui, appunto, la luce penetra, fuoriesce, scivola, si frantuma, si nasconde e riappare. Così la luminescenza delle sue opere va dal dolce «chiaro di luna» all’intenso «sole che abbaglia» di un «meriggiare pallido e assorto».
E ancora: «I materiali usati dalla Ferrari sono sempre ’leggeri’: plexiglass, plastiche, acetati, carte speciali, spesso metallizzate. Questi, opportunamente accostati, assemblati, sovrapposti, nella loro nudità cromatica o dipinti, vanno a realizzare l’opera. Un’opera che è sempre, salvo che nel punto di congiunzione, ’libera’ nei suoui costituenti. Le stesse ’colonne’ di plexiglass dipinte, sia quelle collocate a terra, sia quelle che discendono dal soffitto, appaiono aeree, prive di un peso materiale. Ma, se teniamo conto della lezione di Milan Kundera ne ’L’insostenibile leggerezza dell’essere’, secondo la quale - seguendo le parole, ancora una volta, di Calvino - ’nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile’ e se eliminiamo il termine ’insostenibile’ o lo consideriamo come mero aggettivo accrescitivo del sostantivo ’peso’, vediamo che, al di là della ’leggerezza’, il lavoro dell’artista si offre in tutta la sua ’massa’, carica di contenuti, di rimandi, di emozioni, di sensazioni, oltre che di qualificati interventi tecnico-estetici».

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