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Il Papa aperto alla modernità

Il Papa aperto alla modernità
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di Sergio Caroli

Generazioni di italiani hanno associato la figura del cardinale Lambertini, il futuro Benedetto XIV, all’immagine offertane, a partire nel 1904, dal commediografo bolognese Alfredo Testoni nella sua omonima «pièce» (poi superbamente interpretata per il cinema e per la tv da Gino Cervi): protagonista un principe della Chiesa dallo spirito arguto e bonario, il cui sereno buon senso si sposa all’avversione ad ogni formalismo. Poco noto è invece il ruolo storicamente assolto da questo pontefice, che - alla guida della Chiesa dal 1740 al 1758 -, si distinse per il tenace sforzo di inserire la cultura cattolica nell’ambito di una società in via di secolarizzazione. Su Alfonso Lambertini esce da Salerno Editrice l’eccellente saggio di Gaetano Greco «Benedetto XIV» (pagine 405, euro 24). L’autore, ordinario di Storia Moderna presso l’Università di Siena, offre un nuovo ritratto intellettuale del «sovrano pontefice», ricostruendone la figura e l’opera attraverso l’esame di una immensa mole di fonti d’archivio e biblioteca. 
Professor Greco, alla morte di Clemente XI si confrontarono nel conclave per sei mesi un partito austriaco, uno francese e uno spagnolo. Una mediazione portò il Lambertini al soglio pontificio. Quali furono i caratteri essenziali dei numerosi trattati da lui stipulati?
Un carattere comune alla politica concordataria di Lambertini - risponde - fu il passo indietro compiuto dalla Curia romana in ambito finanziario: il suo pontificato si concluse con sensibili diminuzioni delle sue entrate, a causa della rinuncia papale a proventi sia di natura beneficiale (come la distribuzione di uffici o l’imposizione di pensioni), sia di natura spirituale (come la concessione di dispense da divieti o da obblighi in ambito matrimoniale, lavorativo, penale ecc.). Essi furono però furono compensati dalla difesa dei diritti vescovili nell’ambito della giurisdizione spirituale. Una «linea Maginot» della Chiesa destinata a durare nel tempo.
Papa Lambertini si caratterizza - lei scrive - per il «rigorismo nella distinzione» e il «riformismo conservatore». Può esemplificare il senso di tali formule? 
Il «rigorismo nella distinzione» si riferisce ai costumi dei chierici rispetto a quelli dei laici. Benedetto XIV ha proposto uno stile di vita clericale nettamente diverso da quello laicale nelle forme disordinate della sociabilità civile: uno stile basato sul distacco dalle «pericolose conversazioni» con i laici e sul «ritiro» del sacerdote nella sua casa canonicale, in compagnia esclusiva o almeno prevalente dei chierici. Quanto al suo «riformismo conservatore», esso si esplicava sul piano dell’assetto giuridico-istituzionale della Chiesa romana, nella sua strutturazione gerarchico-piramidale sotto l’autorità del pontefice, contro ogni possibile «sinodalità» episcopale e parrocchiale.
Benedetto XIV si rese benemerito nel campo della cultura: creò accademie e società per lo studio dell’antichità - alla fondazione dell’accademia archeologica collaborò lo stesso Winkelmann - e della storia Chiesa, incaricò il grande orientalista Assemani di preparare il catalogo della Vaticana, istituì l’accademia del nudo di pittura e scultura in Campidoglio. Ma come si pose, specificamente, di fronte alla cultura illuministica in formazione? 
Il suo notevole interesse nei confronti della cultura scientifico-naturalistica lo rendeva aperto alla cultura del tempo: basti pensare ai suoi generosi finanziamenti in questi settori tanto a Bologna che a Roma. Tuttavia, nei confronti della cultura illuministica si ergeva per il Lambertini una frontiera che potremmo indicare nella «libertà di pensare», che caratterizzava la cultura europea già dalla Rivoluzione Scientifica. Questo razionalismo apparteneva alla tradizione classica della cultura occidentale, ma ne costituiva una componente da molti secoli al bando per le sue presunte potenzialità eversive: il pensiero ionico, atomista, epicureo.
Che cosa rimase nel mondo cattolico di quelle «aperture alle ragioni del secolo»?
Anche se la sua conoscenza era condizionata dai suoi «occhiali« (la dottrina e la prassi del diritto canonico), le condizioni spirituali e temporali dei suoi sudditi ed il confronto con gli altri Stati italiani ed europei lo indussero a venire incontro alle richieste avanzate tanto dai vescovi, quanto dai sovrani (compreso il protestante Federico il Grande di Prussia) nell’ambito del diritto civile e penale, come in campo economico-finanziario, non ostacolando i processi di rafforzamento delle autorità centrali degli Stati. Sul piano culturale, poi, la revisione delle norme operative della Congregazione dell’Indice dimostra che, ferma restando l’intransigenza sul piano dottrinale, il papa recepì la «dolcezza del secolo» nei comportamenti da adottare nei confronti degli autori cattolici passibili di censure: questi dovevano essere invitati a spiegare e correggere le proprie affermazioni prima della condanna, da comminare solo in caso di perseveranza nell'«errore».
L'epistolario di Lambertini abbonda di battute umoristiche, altre se ne tramandano... 
Quando era arcivescovo di Bologna, durante una festa fra nobili gli venne incontro una bella e procace signora, nota in città per la sua spregiudicatezza, ostentando una vistosa scollatura che poneva in risalto un seno prosperoso, ornato da un crocifisso. Con fare provocante la dama si rivolse a Lambertini, domandandogli se anche a lui non sembrasse che quel Cristo in croce sorridesse. Secondo la tradizione, l’arcivescovo-cardinale le avrebbe risposto: «Anch’io sorriderei in quella situazione». 
Benedetto XIV
Salerno, pag. 40524,00
 

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