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Frammenti di senso e tensione morale

Frammenti di senso e tensione morale
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 «Da bambino, avevo otto o nove anni e mio nonno mi portò in visita al museo Vela. Il custode ci mostrò una piccola acquasantiera con scolpita una testa di angioletto. Posso farla anch’io, pensai. E così feci». 
Come  si evince da queste parole di Francesco Somaini (Lomazzo 1926 – Como 2005), il suo talento artistico e la sua irrefrenabile propensione per la scultura si manifestarono molto precocemente.  Se poi si considera che il suo esordio artistico «alla grande» avvenne che era appena diciassettenne, va detto che la sua carriera ebbe un avvio folgorante, che lo avrebbe portato ad intraprendere una lunga ed intensa ricerca, sempre ansiosa di superarsi e di esplorare nuovi linguaggi e motivazioni estetiche. Un percorso creativo che la mostra antologica (fino al 9 ottobre, nel complesso rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci e al Musma; è la la venticinquesima della serie «Grandi mostre di scultura nei Sassi», promossa come sempre dal Circolo La Scaletta) curata da Giuseppe Appella e dalla figlia dello scultore, Luisa, fa rivivere in tutto il suo evolversi alle chiese rupestri Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, il Musma e Palazzo Lanfranchi (catalogo Edizioni della Cometa, con testi, oltre che dei curatori, di Enrico Crispolti, Fabrizio D’Amico, Micol Forti e Claudio Spadoni).
Verso la fine degli anni Cinquanta la stagione informale in Italia ha la sua piena affermazione, e lo scultore comasco è pronto  a rappresentarne, in scultura, uno degli esiti più alti.
Dal 1957 la sua ricerca estetica si allontana dall’astrattismo di matrice cubista e si concentra, infatti, sulla sperimentazione di materie e tecniche capaci di comunicare messaggi di forte carica esistenzialista.
L’artista esprime nel tormento delle masse plastiche di ferro, di piombo e di bronzo, martoriate da forti raschiature, una risoluta volontà di sottometterle e plasmarle per farle divenire «forma» di  sgomenti interiori e di forti spinte spirituali. Nel 1959 la sua sala alla V Biennale di San Paolo del Brasile aveva ricevuto il primo premio internazionale per la scultura, «un riconoscimento inatteso – come dirà – poiché vinto in precedenza solo da grandissimi, come Giorgio Morandi», mentre l’anno successivo espone con una sala personale alla Biennale di Venezia, presentato da Giulio Carlo Argan, che consacra la sua come «scultura del frammento», non inteso come parte di qualcosa, ma del «frammento assoluto», come «grumo informale di esagitata, mal spenta materia».
Tramontata la stagione informale, per Somaini, nella convinzione che la scultura debba svolgere un ruolo di riqualificazione del tessuto architettonico urbano, si apre una nuova fase, irrigata da una forte tensione etica, nella quale si impegnerà fino agli ultimi giorni della sua vita testimoniando in modo esemplare come l'arte possa farsi portatrice di valori civili e di una concezione della vita  di forte spessore  morale. 

 

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