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Sviluppo sostenibile e urgente

Sviluppo sostenibile e urgente
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Sergio Caroli

Dagli inizi del XX secolo la grande industria è stata la locomotiva del capitalismo nordamericano che, nelle sue diverse forme, ha imposto la sua egemonia nell’arena economica mondiale. Questo processo è stato attivato dapprima dal modello taylorista e fordista, poi dalla «rivoluzione manageriale» dispiegatasi dagli anni Trenta agli anni Sessanta del secolo scorso, e infine dalle multinazionali che hanno determinato svolte decisive nel campo delle innovazioni di processo e di prodotto. Le cose sono cambiate col nuovo secolo. Su questa svolta epocale s'incentra il penetrante saggio di Valerio Castronovo «Il capitalismo ibrido» (Laterza, pagine 155, euro 12). E’ prevalsa, secondo lo storico, già ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino, l’idea che nell’economia globale ciò che in fondo conta sono la finanza e le tecnologie digitali, mentre si è ormai dissolto o dilapidato l’enorme vantaggio economico acquisito nel XIX e XX secolo dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti; Cina, India, Brasile e Corea del Sud, già alla periferia dell’economia mondiale, stanno marciando più velocemente di quanto l’Europa e l’America avessero fatto in passato.
Professor Castronovo, c'è chi attribuisce le cause dello «tsunami finanziario» abbattutosi su Wall Street nel settembre 2008 a vizi strutturali intrinseci al sistema capitalistico, ossia alle spinte speculative, sviluppatesi a dismisura a causa dei molteplici meccanismi inventati e realizzati dalla tecnofinanza. Ma lei mette in guardia da giudizi sommari sulla sorte del capitalismo. Perché?
Se non si lascerà più briglia sciolta a un sistema finanziario vorace e irresponsabile, mediante regole severe ed efficaci, non dovrebbe più riprodursi quella sorta di turbocapitalismo che ha causato la grave crisi esplosa nel 2008. In pratica, si tratta di ricondurre il capitalismo alla sua ragion d’essere, alla sua capacità di creare sviluppo e innovazione. E ciò è possibile se si accantona l’assunto in voga sino a ieri, secondo cui lo Stato è «congenitamente sperperatore» e invece, il mercato è «congenitamente virtuoso»; e si ridà perciò spazio e vigore a un’azione dei governi che, attenendosi a una gestione limpida ed efficace della finanza pubblica, sappia assecondare un processo di crescita tale da accrescere la produttività, assicurare nuove opportunità di lavoro, ridurre le diseguaglianze sociali e migliorare i servizi d’interesse collettivo.
La Borsa di Francoforte ha conquistato il New York Stock Exchange, ossia l’istituzione che rappresenta «la casa avita del capitalismo americano delle grandi corporation». Quale il significato di questo evento?
Il fatto che la più importante piazza finanziaria del mondo passerà sotto l’egida di un’istituzione tedesca, mentre ha prodotto negli Stati Uniti la sensazione che si dovrà fare i conti non solo con la Cina ma pure con la Germania, ha confermato il robusto stato di salute dell’economia tedesca. E ciò perché essa si basa su una feconda combinazione di risorse finanziarie, consistenza industriale e competitività sui principali mercati, nonché su un efficace sistema di relazioni sindacali.
Da quando è sorta la globalizzazione un gruppo Paesi emergenti, unitamente altri «new comers», hanno rilevato porzioni di reddito tali da erodere quelle in possesso dei «Big» dell’Occidente. Come può l’Europa risalire la china?
L'Europa non solo s'è indebitata sul versante politico dopo il naufragio del progetto di una Costituzione federale, ma soffre di una sorta di «malattia del languore» anche su quello economico, sia per le conseguenze della recessione mondiale, sia perché priva (ad eccezione della Germania) di nuovi fattori propulsivi. Inoltre, c'è il rischio di una disgregazione dell’eurozona, per il pericolo di una bancarotta di Grecia, Irlanda e Portogallo. Per riprendersi, il sistema economico della Ue avrebbe bisogno di valide riforme strutturali che, compatibilmente con la tenuta dei conti pubblici, incentivino le innovazioni, la ricerca e la produttività.
Lei sostiene che esiste in Cina un filo rosso che va da Confucio ad Adam Smith. Cosa intende?
Il confucianesimo, in quanto ha concorso in passato a creare nel Celeste Impero un apparato burocratico efficiente e volto a imporre regole di comportamento uniformi, ha finito col creare i presupposti culturali di un sistema politico e ideologico monocratico come quello attuale, che ha concepito e dirige dall’alto in tutti i suoi aspetti il processo di sviluppo dell’economia cinese. D’altra parte, Deng Xiaoping, sentenziando all’inizio degli anni '80 che «diventare ricco è  bello», ed esortando quindi i suoi connazionali ad accantonare i precedenti canoni del pauperismo maoista, ha ripetuto a suo modo quanto asseriva a suo tempo Adam Smith: ossia, che ogni individuo, perseguendo il proprio interesse, contribuisce al benessere collettivo, in sostanza alla «ricchezza della nazione.
Quali ragioni la inducono a ritenere che il Giappone, malgrado alti indici di scolarità, non tornerà a far scuola?
Il Giappone conta maestranze particolarmente qualificate, settori con un robusto impianto tecnologico e una popolazione con un alto tenore di vita. Ma proprio queste circostanze ne fanno un Paese ormai appagato, privo di quel vigoroso dinamismo che tra gli anni '70 e '80 lo aveva portato a competere da vicino con gli Stati Uniti. Inoltre, il Giappone è stato governato, per lunghi anni, da una gerontocrazia politica; e oggi le sue imprese tendono per lo più a ridurre gli investimenti o a traslocare verso paesi dove la manodopera è a più basso costo. 

Il capitalismo ibrido
   Laterza, pag. 155, € 12,00

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