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Arte-Cultura

Un poeta, la nostra storia

Un poeta, la nostra storia
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di Giuseppe Marchetti

Un altro avvincente narratore di Romagna, dopo Beltramelli, Serantini, Arfelli, Moretti, Zavoli, don Fuschini e Tonino Guerra. Con alla testa Alfredo Panzini, e un po' anche il malinconico e modernissimo Serra. Adesso, la bella schiera comprende dunque un altro nome, quello di Elio Pagliarani che da Marsilio pubblica «Pro-memoria a Liarosa» una sorta di autobiografia densissima e piacevolmente narrata, un libro di vita, storie, avventure, poesia, incontri, luoghi e sentimenti così affettuosamente privato e pubblico allo stesso tempo, così amaro e dilettoso che il poeta Pagliarani vi si scioglie al limite del romanzo e del famoso «misto» di storia e d'invenzione manzoniano. Con una bella traccia di umiltà che ossimoricamente potremmo definire orgogliosa. E Pagliarani può farlo da poeta, anzi deve farlo. «Pro-memoria a Liarosa» è un'autobiografia stesa tra il 1979 e il 2009, arricchita da una prefazione (anch'essa in buona parte autobiografica) di Walter Pedullà e da una postfazione di Sara Ventroni che entra nell'officina del poeta dalla porta dei «lavori in corso», sempre in corso e magnificamente adombrati, per virtù di ricordo, nell'ultimo capitoletto in versi «Commiato un po' brusco» che comincia «E sono grato del mondo e dell'amore / perché ne ho avuto tanto...». Elio Pagliarani è di Viserba, classe 1927, poeta, giornalista, insegnante, redattore dell'«Avanti», collaboratore de «il verri», «Quindici», «Nuovi argomenti», «Periodo ipotetico» da lui fondato, ma anche attivissimo intellettuale (forse la definizione non sarà di suo gradimento) che partecipa, anche come critico teatrale di «Paese Sera» agli avvenimenti più diversi dalla nostra vita culturale con quello spirito che Pedullà così definisce: «Elio è un individuo nel cui stile convive tutto, dalla massima delicatezza al più scatenato furore. L'ho visto all'opera. Non è vero per lui che o si vive o si scrive. Pagliarani scrive come vive». E questo libro davvero ne dà ottima e piena testimonianza superando sia le esitazioni e le ombre della memoria, sia le incoerenze dei comportamenti, le indecisioni e le inevitabili contraddizioni: «il fascismo, la povertà, lo sfruttamento, guerre coloniali, guerra civile spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza. Un'autobiografia "collettiva" che egli ha trovato il suo bel modo di rendere singolare in virtù di uno stile piano, nitido e scorrevole», scriva ancora Pedullà.  Il poeta - il poeta Pagliarani de «La ragazza Carla» (1960), di «Lezione di fisica» ('64), de «La ballata di Rudi» ('95), per non citare che i titoli più famosi - è di un'evidenza persino sfacciata, solo a tratti condita con una saggia emotività ironica che Pedullà segnala scrivendo: «Il verso e la prosa si alleano in modo che il significato urtante arrivi come un cazzotto condotto da una scrittura atonale dalla quale spuntano tante verità spinose». Ma anche in questo modo il fascino della prosa e il sapore degli incontri, dei profili e delle voci rimane custodito nel senso intimo della memoria, in quel suo esser vita che si dipana nel silenzio demistificato dell'ultimo abbandono. Un testamento, allora? Sì, un testamento che prima di tutto è una dedica a se stesso, un leggersi che ricorda certi versi di «Fecaloro» ('68): «E se dico, se non ho mai detto altro d'amore che amore / alla mia estroversa solitudine? / Ecco, e le nostre cose / già vanno indietro / Indifferenza è il prezzo del concreto?». Anche in «Pro-memoria a Liarosa» le cose vanno indietro e il corpo del racconto lentamente si sublima, si illumina di fatti, detti e personaggi che s'imbattono in Pagliarini, quello un po' timido della gioventù, quello più aggressivo degli anni Sessanta e quello pacificato di oggi quando - scrive Pedullà - «si toglie parecchi sassolini dalla scarpa, ma è felice dell'occasione che gli si offre di ammettere i torti. La confessione come remissione del peccato? Forse no, ma ora ha l'anima in pace». Ha scritto il suo romanzo con al centro se stesso e le mille immagini che da Viserba risalgono a Milano e a Roma secondo il volgere dei tempi (e che tempi!) tra magri risotti al burro, filetto e insalata a Milano, e gli umidi golosi e gli arrosti di Roma, quando al «posto dell'insonnia milanese subentrava la sonnolenza romana e al posto dell'angoscia milanese la coscia romana». Che storia, e che storia collettiva, anche, con decine e decine di nomi importanti che il lettore scova a ogni voltar di pagina: nomi e date, ora nella miseria di un presente pieno di difficoltà, ora nella trepida speranza di un cambiamento, di un miglioramento, di una sicurezza più solida. Un libro meraviglioso, pensato e scritto in bianco e nero con la pazienza che hanno gli scrittori veri, dal passo preciso, dall'intuizione acuta e dalla memoria lunga secondo il più classico degli «Epigrammi ferraresi» che recita: «Bisogna combattere contro duplice sapienza. / Ma voglio che tu sappia che questo lume non mi fa giusto. / Preterea è ancora / L'abisso della scriptura».

Pro-memoria a Liarosa
Marsilio, pag. 318 18,50
 

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