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Arte-Cultura

Vita come illusione

Vita come illusione
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Pier Paolo Mendogni

La collezione della nobile famiglia Doria Pamphilj è talmente ricca di opere d’arte d’alto livello da poter permettere l’allestimento di una mostra specifica dedicata alla «vanitas», un tema che ha trovato un terreno fecondo nel più intenso periodo controriformistico quando l’arte doveva insegnare,  toccare i cuori, i sentimenti muovendoli alla devozione religiosa attraverso le grandi lezioni impartite dalla vita di Cristo, della Madonna e soprattutto dei santi, uomini portati ad esempio agli altri uomini. E dato che l’analfabetismo era diffusissimo, per cui pochissimi sapevano leggere, l’istruzione più efficace veniva dalle immagini che si stampavano negli occhi, nella mente, nel cuore. Così la «vanitas» (termine desunto dall’Ecclesiaste «vanitas vanitatum, omnia vanitas») assume una notevole importanza in quanto era un monito, un invito esplicito a pensare alla caducità della bellezza, della stessa vita e dei valori effimeri in contrapposizione ai valori spirituali ed eterni della religione che superavano la barriera della morte fisica. «Vivendo secondo la carne - ha scritto San Paolo - morreste certamente; uccidendo invece con lo spirito le opere del corpo avrete la vita». «Vanitas» è quindi il titolo della mostra in corso a Roma a Palazzo Doria Pamphilj al quale si aggiunge «Lotto, Caravaggio, Guercino» per segnalare lo spessore della rassegna ideata e coordinata da Massimiliano Floridi e curata da Francesca Sinagra mentre il catalogo della Silvana Editoriale si deve ad Alessandra Mercantini. Le opere (una cinquantina tra dipinti, sculture e alcuni oggetti) sono state suddivise per aree tematiche (natura morta, iconografia sacra, ritrattistica) mentre l’ultima sezione è dedicata al cardinale Benedetto Pamphilj (1653 - 1730), uomo di eccezionale cultura, poeta raffinato, appassionato collezionista di nature morte acquistate sul mercato o commissionate direttamente agli artisti specializzati. Il principale filone in cui si è espressa la «vanitas» è quello della «natura morta», una errata terminologia entrata in uso alla fine del Settecento mentre Vasari parlava di «cose naturali» e nel nord Europa, dove questo genere è nato, viene chiamato «stilleben», ossia natura in posa. La cosiddetta natura morta è spesso vivacissima e negli anni della cultura barocca, come nel resto dell’arte, voleva stupire lo spettatore col suo «ricercato naturalismo e il virtuosismo illusionistico». Frutta bacata, fiori che stanno appassendo sono simboli eloquenti come, in altri ambiti, la clessidra, l’orologio: tutto ciò che indica il passaggio del tempo per giungere al teschio, alla fine della vita terrena su cui meditano santi e uomini. Ma tutto ciò, normalmente, non avviene in un clima tetro bensì tra forme e colori di un’esuberante vitalità. I due oli su rame del fiammingo Jan Van Kessel, ad esempio, straripano festosamente di frutta e di fiori sparsi su un tavolo dentro a piatti, cestini, vasi: il vasellame rovesciato e rotto, la presenza di uccellini e scimmiette che rubano la frutta indica la precarietà di quelle seducenti tavole. Più drammatica la natura morta di Giovanni e Nicola Stanchi con al centro un’anitra, con una zampa legata, caduta dal basamento di pietra da cui penzola il capo rovesciato di una lepre. Il «banchetto del ricco Epulone» offre l’occasione a Jacopo Bassano di descrivere una cucina con la frenetica attività delle domestiche mentre Giacomo Legi pone il banchetto in uno scorcio all’aperto per lasciare il primo piano alla formosa cuoca circondata da pennuti cotti o da cuocere, formaggio, limone, frutta.La Maddalena è la santa che per la sua vita più si presta alle diverse simbologie del lusso e della penitenza e meditazione. Quella dipinta dal Caravaggio è un raro capolavoro della rappresentazione proprio dei due diversi momenti esistenziali: perle, ori, gioielli, vino allusivi alla sua vita dissoluta di escort giacciono ormai abbandonati sul pavimento mentre la giovane, che ancora indossa una ricca veste damascata con una camicetta bianca che ne sottolinea le belle spalle, ha il volto arrossato dalle lacrime e la testa ripiegata sulle sue afflizioni. Quei pensieri diventano trepida meditazione nella tela di Domenico Fetti col volto della santa in primo piano intenta ad osservare un teschio. Anche la Maddalena di Annibale Carracci piange osservando il Crocifisso, che diventa elemento costante nelle raffigurazioni di San Girolamo che il Lotto dipinge seminudo, inginocchiato per terra, mentre con le braccia allargate parla con slancio emotivo al Crocifisso. Concentrato sul Crocifisso è pure il santo del Guercino, diversamente da Ribera che in un capolavoro descrive San Girolamo con realistica decadente fisicità, sottolineata da uno squillante panno rosso, mentre sta traducendo la Bibbia.Non solo i santi ma anche i comuni mortali nei loro ritratti recano talvolta simboli della caducità della vita. Il «trentasettenne» malinconico ritratto da Lorenzo Lotto indica un dito con due fedi, probabile segno di vedovanza. Pietro Dalla Vecchia ha dipinto un uomo con teschio e libri, chiara allusione alla «vanitas» come il fiore del personaggio di Paolo Pino. Chiudono il percorso opere e orologi di pregio acquistati dal cardinale Benedetto Pamphilj.

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