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Proust, il romanzo infinito

Proust, il romanzo infinito
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Pare che qualcuno dei suoi conoscenti, stando alla testimonianza di Cocteau, sparlasse di Proust dicendo: «Marcel è sicuramente geniale ma è un insetto atroce. Capace di vedere al di là di quelle che sono le motivazioni apparenti, e di mettere a nudo i meccanismi più segreti che svelano la vera natura degli uomini».
 Mario Lavagetto, saggista letterario parmigiano di fama internazionale, grande esperto di Marcel Proust, scrittore che ha cominciato a leggere quando era un ragazzo, letto poi ripetutamente nel corso della sua vita, e che a Proust ha dedicato anche alcuni dei suoi corsi universitari, ha scritto un saggio illuminante sull'autore della «Recherche». Frutto di una frequentazione molto lunga, «Quel Marcel! - Frammenti della biografia di Proust» (Einaudi, pp. 395, ¤ 25,00) si qualifica come un’attenta indagine del mondo proustiano sia letterario sia  intimo, fra le tante espressioni del suo carattere e della sua arte, per cogliere dal folto ombroso della sua natura, il fervore di un linguaggio d’intensa trepidazione. «Era un uomo pieno di contraddizioni - spiega Lavagetto, che con questo libro è finalista al premio Viareggio-Répaci  nella sezione saggistica -, capace di grandi spinte affettive e nello stesso tempo anche di una certa crudeltà che si manifestava soprattutto nella capacità di vedere e di radiografare in qualche modo i comportamenti e i moventi delle persone che lo circondavano. Chi si è perduto nel suo interno è consapevole di essere stato costretto, nonostante ogni accorgimento strategico, a tornare e ritornare sugli stessi punti per prendere direzioni diverse e per seguire itinerari vertiginosamente tortuosi».
Professore, quali sono, secondo lei, le qualità letterarie più importanti di Proust?
 Certamente Proust è dotato di una formidabile intensità stilistica e poetica, oltre ad avere una capacità singolare di narrazione epica. Proust non è soltanto l’autore di libri tipo «L’indifferente», in cui l’amore si presenta come il prodotto di un’immaginazione chiusa in se stessa e del tutto impermeabile al principio di realtà, ma è soprattutto il formidabile narratore di «Dalla parte di Swann», «All’ombra delle fanciulle in fiore», «I Guermantes», «Sodoma e Gomorra», «La prigioniera», «La fuggitiva», «Il tempo ritrovato»: il grande affresco della «Recherche» che ha fatto di lui un autore unico.
Fra i sette libri di «Alla ricerca del tempo perduto», ce n'è uno che emerge fra tutti, o sono collegati da una continuità stilistica che non lascia intravedere differenze?
 Direi che l’insieme dei libri della «Recherche» è da considerare un’opera assolutamente unitaria. Proust ha detto a più riprese di aver scritto pressoché contemporaneamente la prima e l’ultima parola della «Recherche». Esiste un disegno generale che nel corso degli anni si è progressivamente dilatato, è rimasto sempre un punto di riferimento costante, e quindi credo che vada veramente considerata nel suo complesso come una grande costruzione che si è andata stabilizzando nel corso degli anni.
Ed è questo che giustifica la sua continua fortuna come scrittore, sempre più attuale e letto?
 Non ci sono dubbi. Man mano che aumentano le distanze, anche il panorama si fa più chiaro e quello che vorrei chiamare il formato, la statura dei singoli scrittori, risulta più precisa. Proust è uno dei grandi interpreti del Novecento, ma nello stesso tempo è l’autore di un’opera che chiude una grande stagione del romanzo ottocentesco.
Perché ha scelto il titolo «Quel Marcel!»?
Il titolo viene da una battuta che leggiamo all’interno di una delle sezioni della «Recherche», «La prigioniera». Ad un certo momento Albertine rivolgendosi alla protagonista che sino a quel momento non ha nome, comincia a chiamarlo Marcel, e dice «Quel Marcel!, Quel Marcel!». Questa è la ragione per cui scrivendo un libro che partiva dalla biografia (ma non voleva essere una biografia), ho ripreso quelle parole.
Diciamo che non è una biografia nel senso classico, ma un mosaico della vita dello scrittore fatto con i «pezzi»  che lei ha colto qua e là nella sua opera e rovistando nel foltissimo bosco dei tanti scritti che sono stati dedicati a Proust e alla «Recherche»?
 Sì, sono momenti particolari; momenti che diventavano tali anche per la sua scrittura. Premetto che molto spesso non sono partito tanto da episodi che appartenevano alla vita quotidiana di Proust, quanto dalle sue lettere. Le lettere vanno considerate come una sorta di zona intermedia tra la vita e la scrittura della «Recherche». Quelle lettere ci consegnano molto spesso non le chiavi - Proust non voleva scrivere un romanzo a chiave e sarebbe ingiusto cercare nelle lettere delle chiavi -, ma delle tracce sì, dei segni che ci portano pian piano all’interno dell’opera.
Nell’opera di Proust, come si riflette la sua vita?
 La vita si riflette in maniera sostanzialmente distorta. Qualcuno potrebbe dire - e alla resa dei conti forse lo dice anche il mio libro - che Proust ha vissuto sino all’inizio della «Recherche». A partire da quel momento in poi la sua vita è stata sostanzialmente cancellata, e la vita che aveva vissuto è stata riflessa e in qualche modo rielaborata all’interno della «Recherche». Lo stesso Proust diceva che la vita non va assolutamente identificata con l’opera dello scrittore, ma che tuttavia la vita contiene in qualche modo al proprio interno l’alfabeto di cui uno scrittore si serve per scrivere la propria opera.
Di questa vita che cosa le è parso più singolare o esemplare, se vuole?
Forse la cosa più esemplare e singolare è quella che si manifesta quasi da subito, ed è una volontà molto ferma dello scrittore che procede all’inizio a tentoni, ma lo porta al primo libro «Il piacere e i giorni», che vede la luce nel 1895: un’opera che sicuramente rivela qualità molto alte, ma è un libro in piena disponibilità. Subito dopo viene un libro che resta interrotto e pubblicato molti anni dopo la morte di Proust. La possibilità di scrivere come intende lui, Proust la trova finalmente tra il 1907 e il 1909 e da quel momento in poi diventerà una sorta di organismo vorace che finirà per divorare anche il suo creatore.
Quel Marcel! - Einaudi, pag.  295 euro 25,00

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