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Metti una sera a cena con Michelotti

Metti una sera a cena con Michelotti
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Giuseppe Mezzadri
Le premesse c'erano tutte e buone. Una sede storica, «La Giovane Italia», una compagnia di persone che amano la nostra città e le sue tradizioni e che, chi in un modo chi nell’altro, lavorano per valorizzarle. Anche il menù era all’altezza. Antipasti e "tórdè d’arbètti consè cme va". E cioè secondo la regola aurea: "chi nódon in-t-al butér e chi fógon in-t-al fórmaj". In quel clima parmigian-proletario abbiamo viaggiato a lambrusco "par tgnir zgurè al canaluss". Seguirono poi dei "ganasén" da leccarsi le dita e, "par bombón", una crostata con marmellata "'d bruggni suchéli".
Come c'era da aspettarsi i discorsi vertevano sempre sui vecchi tempi. Allora uscivano le esperienze di oltre sessant'anni fa come, ad esempio, di quando c'era un cesso soltanto per tutta casa con relativi allevamenti " 'd scarafas chi parävon scärpi 'd varniza". Per cui, un po' per necessità un po' per pigrizia, poteva capitare ai ragazzi in particolare, che venissero usati, in alternativa, i giornali. Questo spiega perché "Calota", lo spazzino di borgo dei Minnelli, raccomandava sempre: "Donni a vój al rud nètt" (cioè senza "fagotti" indesiderati).
Esperienze dei tempi in cui si possedevano soltanto due camice e si diceva:  "Vunna adòs' e cl'ältra al fos". Altra battuta significativa era: "Sjora indò él so marì? L’é a lét parchè gh'ò lavè 'l bräghi". Esperienze di quando le mamme non avevano i soldi per comprare la frutta e allora si andava a rubare anche quando era ancora acerba e ai bambini veniva raccomandato di non mangiarla "parchè véna al tifo",  invece "al tifo al gnäva ai paizàn" che si vedevano le piante saccheggiate. Le piante dei gelsi, che producono "i mór", erano ricercate e, se la squadra dei ragazzi era in vena, veniva ripulita al punto "che dop la paräva zläda".
 In questo piacevole amarcòrd non potevano mancare i giochi dei nostri tempi; sinalcol, figurine, il gerlo e i carriarmati semoventi costruiti con i rocchetti e spinti dalla forza di un elastico. Alberto Michelotti ricordava anche che ricavava degli anelli per sfregamento dei noccioli di pesca. Anche tenendo conto che era un bambino, con le sue dita "chi päron fat con di manogh da scòvva" non poteva certo infilarli a meno che non trovasse delle pesche "grosi cme di mlón". Nei ricordi sui vecchi tempi Enrico Maletti inutilmente cercava di dire la sua. Era troppo giovane per ricordare le ristrettezze del dopoguerra. Quando però si è parlato dei carretti di legno, che utilizzavano i cuscinetti a sfera come ruote, ha potuto vantarsi di avere avuto i migliori carretti del rione Saffi perché era di casa dalla ditta Poldi che li vendeva: «Béla forsa, tutt i pit j én bón!» . Noi invece tribolavamo e dovevamo accontentarci. Come erano erano.
Avendo letto il bellissimo libro "Dirige Michelotti da Parma", di Claudio Rinaldi, sapevo che Alberto ha avuto l’opportunità di conoscere e godere dell’amicizia di personaggi del calibro di Cesare Zavattini, Gianni Brera, l’avv. Barbè e altri ancora che lo aiutarono anche a migliorarsi nel suo lavoro e, in particolare, nella stesura dei referti arbitrali. Forte di queste informazioni, sicuro di ricevere una risposta colorita, l’ho provocato chiedendogli: "Alberto cme mäi génta acsì importanta i frecuentävon un capanón cme ti?".  La provocazione ebbe successo. "Alóra t' al spiégh mi. Parchè j àn capì che coll capanón chi, l’é 'na bräva parsón'na e onést. Ät capì? - Parchè me mädra la m'à insgnè: educasjón, rispét, onestè, coràg' e n' ésor invidióz äd nisón, vala bén!? Và mo là! E chi j amigh lì i m'àn miga dè ätor che 'na man, i m'àn dè un bras." 
Durante la cena non sono mancati i ricordi di tanti amici e personaggi come, ad esempio Vittorio Botti, pioniere dell’insegnamento del dialetti nelle scuole. Attualmente è un po' scansafatiche, ma quante volte, armato di chitarra, cantava e faceva cantare le canzoni parmigiane serie o divertenti come  "Sèra il fnéstri Rozina" o "Zgranfgnón zgranfgnónero"e tante altre. Altro amico sincero e generoso come pochi è stato Dario Paterlini, capace di battute di grande creatività come quando aiutava "Bonjerba", ortlàn da carètt, a vendere piselli troppo "maturi" nei quali, spiegava, "gh'éra déntor di bégh chi parävon marinär in branda". Alberto ha ricordato anche il mitico don Dagnino, parroco di San Giuseppe, e le discussioni che faceva con il suo futuro suocero e il commento, finto burbero, con cui accolse gli sposi il giorno del suo matrimonio: "Dónca ragas, chi l’é 'l masim. A m' tòcca 'd spozär la fjóla d’un comunista!"
Alberto continua: "Mi són mäi stè un pretón mo cuand at catäv cla génta lì... don Dagnén, don Lambartén ...gh'éra d’averogh stìmma". In chiusura di serata Trapelli ci ha regalato una perla di saggia ironia di suo nonno: "Ragas, è méj ot óri in compagnia che un’óra 'd lavór».


 

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