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Il fresco "fai da te" dei nostri antenati

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Lorenzo Sartorio
 Ma ci pensate,  solo per un momento,  i nostri nonni  armeggiare con un impianto di aria condizionata ? Sarebbero impazziti. L'essere costretti a chiudere le finestre in piena estate con quell'aria gelida che sibila da «boffoni» sistemati  nelle parti più impensate delle stanze e tali da scatenare certi dolori artritici da urlo..... no, decisamente, non era certo roba per loro. E non è che le estati, un tempo, fossero meno calde. Anzi !  Le estati moderne, in fatto di caldo non scherzano, ma sono altalenanti, capricciose, matte. Un po' come la gente.   
Ed allora, come facevano i nostri nonni a difendere le loro case dall’offensiva  del caldo ? A questo punto entrava di scena la «rezdora»,  non solo vestale del camino e dei fornelli, ma angelo della casa a tempo pieno, la quale,  coniugando antichi muliebri saperi tramandati  dalle sue vecchie, sapeva miscelare l’aria con un gioco di correnti facendo rimanere sempre le stanze fresche. Innanzitutto, parliamo di case vere con muri robusti e non di alveari come le moderne abitazioni che, saranno anche antisismiche e razionali, ma sono dotate di muri che, senza essere invadenti o curiosi, ci consentono di conoscere tutte le mosse discrete e indiscrete  del vicino. Figuriamoci se non fanno passare il caldo!
 Appena alzata, la «rezdora»  (la sveglia era  solitamente alle cinque),  apriva tutte le finestre per fare entrare la brezza sottile del mattino e poi, quando il sole cominciava a spuntare, aveva cura di socchiudere o addirittura chiudere quegli scuri martoriati dai raggi solari,  magari tirando anche le tende in modo che  diventasse una camera oscura e tenesse ben immagazzinato il fresco incamerato nel primo mattino. Le altre finestre all’ombra venivano spalancate  fino ad una certa ora e,  alla fine della mattina,  venivano socchiuse in modo tale che il cado non entrasse,  ma regnasse sempre  quella penombra in grado, anche nel pomeriggio, di portare un po' di refrigerio.
 Ad esempio, le vecchie canoniche vegliate dalle premurose «perpetue»,  nei mesi estivi,  non erano mai calde.  E, siccome il prevosto, solitamente  non magro, soffriva tanto l'afa,  la stanza da pranzo e la camera da letto erano sapientemente  refrigerate dalla «perpetua» attraverso questi equilibrismi  di luce e di aria per mantenere sempre una temperatura  accettabile. Alla sera,  quando il sole stava calando e cominciava  ad alzarsi quella rinfrescante brezza vespertina, specie in campagna, la «rezdora» apriva tutte le finestre per arieggiare e per fare entrare un po' di ristoro  anche se le insidie non mancavano  causa  lo sgradito ingresso, nelle varie stanze, di zanzare o, peggio ancora, di pipistrelli.
Anche il pollaio, patrimonio delle «rezdore», nei mesi caldi doveva  essere arieggiato,  altrimenti quelle povere bestie, specie di notte, avrebbero patito le pene dell’inferno. A parte il fatto che ogni pollaio che si rispettava era riparato da una pianta di  fico, da un gelso e da un noce che con loro foglie lo proteggevano  dai raggi solari, la «rezdora»,  proprio quando il cado faceva sul serio, apriva quelle finestrelle sgangherate di legno facendo ben attenzione che la rete protettiva tenesse, in quanto  quel minuscolo  pertugio poteva rappresentare  un comodo ingresso per la faina e anche per qualche piccola volpe.
Anche i cibi, un tempo, dovevano fare i conti col caldo e, se in città i primi frigidaire avevano sostituito,  negli anni Sessanta, le colonne di ghiaccio, in campagna,  tutto ciò che era deperibile finiva  nella «giasära»,  una sorta di bunker scavato sotto terra, completamente avvolto da gaggie o altre piante,  che in inverno veniva stipato di neve la quale,  in quell'antro buio, durava tutto l’anno. In campagna l’acqua del «sambot» era sempre fresca perché arrivava dal pozzo e, quindi,  non c'era bisogno di alcun stratagemma per rinfrescarla. In città, invece, quella dell’acquedotto, fresca non era,  ed allora la si faceva filare in modo tale che si mantenesse accettabile . E, dentro quella bacinella posta sotto il rubinetto, galleggiavano  una mezza anguria,  un pacchettino con il burro e l'immancabile bottiglia di  bianco o rosso.                                     


 

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