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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Un pugno di api aggrappato alla finestra

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Anna Maria Dadomo

In quella tarda primavera, due sciami di api avevano occupato le finestre dietro casa. Le finestre in verità cieche, ma ancora provviste di scuri, conservavano un’intercapedine buia e ben protetta che le api avevano eletto a nido entrando da due buchi scavati nel legno dal picchio. L’ apicoltore vicino, chiamato per un consiglio, aveva sollecitato la soppressione delle due famiglie in quanto, ignorandone la provenienza e non riuscendo, data la posizione, a controllarle, potevano essere infestate dalla varroa che quell’anno stava decimando gli apiari della zona. Non c’era tempo da perdere: ci avrebbe pensato lui, loro dovevano soltanto fornire una scala che arrivasse a quell’altezza. Dopo qualche giorno infatti, nel primo pomeriggio di una giornata calda, assolata e poco ventosa, eccolo arrivare con un sacco di iuta da cui estrasse maschera, affumicatore, cannello a gas. Posizionata la scala contro il muro, infilò una grossa pastiglia di zolfo in un filo di ferro, accese l’affumicatore. Aspettando che dal camino uscisse il fumo denso, bianco, abbondante, infilò la maschera, i guanti, agganciò alla cintura il cannello a gas e raggiunse la finestra. Dato qualche sbuffo di fumo intorno all’entrata dell’alveare, vi infilò l’esca velenosa spingendola ben in profondità, quindi la tappò con alcuni stracci. Fino a quel momento, a lei, che da sotto teneva ben ferma la scala e seguiva ogni fase di quanto avveniva, quell’apicidio era sembrato una cosa giusta, doverosa, eseguita a salvaguardia di quei pochi alveari ancora non infettati dal micidiale acaro. Pure, quando incominciò a vedere intorno alla finestra l’affannarsi vano delle bottinatrici che rientravano all’alveare, quando vide il grappolo brulicante che via via ingrossava attaccato agli stracci, incominciò a sentirsi a disagio. Non poteva fare a meno di pensare che in quel luogo buio e semi-chiuso le api avevano costruito i loro favi oblunghi di cera, le loro mirabili cellette esagonali contenenti covata , miele e polline; che là c’era un’ape regina che governava, che deponeva le uova, che sovrintendeva al buon andamento dell’ alveare. Quando poi l’apicoltore, in maniera del tutto inaspettata, aveva azionato il cannello a gas dirigendone la fiamma contro il grappolo delle api, lei aveva soffocato in gola un’esclamazione di stupore doloroso. Le api cadevano sulle foglie dell’aspidistra dei vasi sottostanti con un rumore sordo come di pioggia improvvisa. E le gazze avevano incominciato a gracchiare insistenti, e a volare voli brevi inquieti dal tetto alla tuia e viceversa. Aveva chiuso gli occhi. L’apicoltore ripetè la stessa cosa con l’alveare della finestra a fianco. Tra qualche giorno torno a vedere. In caso occorresse, rifaremo l’operazione – aveva detto sfilandosi maschera e guanti, e riponendo ogni cosa nel sacco Quando verso sera, spinta dalla curiosità era tornata a guardare, il selciato sotto le finestre era interamente ricoperto di api. Qualcuna si muoveva ancora, qualcuna si trascinava in mezzo alle altre, le poche sopravvissute alla fiamma, perché rientrate per ultime all’alveare, raccoglievano le compagne morte e le trasportavano lontano. Come dopo una battaglia, le venne da pensare. E di nuovo quella loro dedizione, quel cercare di riportare ordine ed efficienza nell’alveare decimato, il loro esistere non per sé, ma per la comunità di cui erano membri, per la polis, tornò a commuoverla: non riusciva a togliersi l’impressione che qualcosa di sacro, di divino, fosse stato, anche se a fin di bene, violato. Prima di andarsene gettò un’ultima occhiata alle finestre: un pugno di api resisteva aggrappato allo straccio bruciacchiato, quasi una bandiera.

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