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Riti, magie e pregiudizi

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Maria Pia Forte

E' un Grand Tour speciale quello in cui ci guida Roberto Borin, giornalista e scrittore viaggiatore, nel libro «Viaggio nei borghi delle streghe» (Mursia, 174 pagine, 14 euro), da Cavalese in Val di Fiemme (Trentino) a Bormio (Lombardia) a Triora (Liguria) a Villacidro (Sardegna) e infine in Campania, nella Benevento dal magico noce. Non in cerca di storie fantasiose come in genere sono quelle che circolano intorno alle «scellerate, pervertite da satana» - così in un testo ecclesiastico del IX secolo - che a molte decine di migliaia furono giustiziate dalle gelide lande della Scozia alla solare Sicilia (i più feroci furono i Paesi della Riforma), bensì di una rigorosa verità storica. Una verità rintracciata negli archivi dei Comuni visitati, studiando atti dei processi e «confessioni» delle ree: quasi sempre povere donne che sotto atroci torture o nella vana speranza di evitarle si auto accusavano delle nefandezze più mostruose e incredibili. Borin ne ricostruisce i pensieri mentre aspettavano che la loro sorte si compisse, ce ne fa sentire i lamenti, ci introduce nella morbosa superstizione dei giudici, ci fa toccare celle, torri, palazzi municipali, fontane, ponticelli, badie, radure che parlano di quel passato.   «I cinque luoghi da me scelti -  dice  Borin - rappresentano l’arco alpino, le terre della Santa Inquisizione, la campagna del Meridione. Ma ce ne sarebbero molti di più da visitare: roghi furono accesi, per esempio, anche nel mio Veneto, proprio a qualche chilometro da dove abito, in provincia di Treviso, malgrado la clemenza del governo della Serenissima».
 In alcune zone d’Italia la persecuzione fu particolarmente accanita? 
 «Ritengo che lo sia stata nelle regioni alpine, ossia, paradossalmente, là dove i traffici commerciali portarono in maniera più netta e repentina il vento del Rinascimento e dove l’amministrazione laica esercitava il proprio governo in maniera autonoma rispetto alla Chiesa».
Non fu infatti il buio Medio Evo, ma il luminoso Rinascimento, a iniziare, alla fine del Quattrocento, una persecuzione di inaudita ferocia. Come si spiega un simile oscurantismo proprio mentre arti, letteratura e scienze sancivano l’avvento della modernità? 
«Il Rinascimento, per affermare i nuovi valori, dovette cancellare i vecchi. La nuova scienza aveva bisogno di delegittimare il sapere antico, come quello di guaritrici e levatrici capaci di curare con le erbe. Tutto ciò che non era corporazione fu visto con sospetto. Il Rinascimento cercò di far piazza pulita di millenni di cultura popolare sopravvissuta, spesso attraverso la ritualità pagana, grazie alla trasmissione orale. A farne le spese furono soprattutto le donne, vittime di una vera e propria sessuofobia».
Perché fra il 1630 e il 1632 in Valtellina si scatenò una caccia dalle dimensioni mai conosciute prima in questa valle? 
«Pensiamo al clima della peste manzoniana: quelli erano gli anni e quelli, più o meno, i luoghi. La Valtellina era attraversata dagli eserciti di mezza Europa coinvolti nella Guerra dei Trent'anni, portatori del morbo terribile e di altre malattie, nonché di violenze, sequestri di beni, povertà. Bormio in particolare soffrì talmente da vietare a chiunque l’ingresso in città. Chiusi i passi con il Comasco e verso i Grigioni. Il vino veniva portato dentro le mura tramite canali sotterranei. Quando un contadino uscì da Bormio per portare la moglie malata da un dottore in Alta Engadina, fu arrestato. Per salvarsi, raccontò la storia della moglie fatturata da due note popolane, la cui immagine era comparsa nell’ampolla mostratagli dal medico. Fu la scintilla che il podestà aspettava. In quel drammatico momento c'era bisogno di un capro espiatorio, prima che fame e rabbia scatenassero una rivolta».
Non fu solo l’Inquisizione, come in genere si pensa, a mandare al rogo le streghe, ma spesso furono le autorità civili. 
«In realtà ho colto un maggiore equilibrio nei processi intentati dalle autorità religiose rispetto a quelli dei tribunali laici. La Chiesa aveva regole codificate su come condurre interrogatori e torture, sui motivi per assolvere o condannare. I laici invece interpretavano con molta discrezionalità tali regole. La strage di Bormio, per esempio, fu fermata dall’intervento del vescovo».
I riti praticati dalle "streghe" potrebbero essere stati residui di culti di epoca greco-romana o anche antecedenti?
«Sì. Riti antichissimi, di origine dionisiaca. In un recente viaggio in Turchia ho ritrovato, nei siti delle città ellenistiche, chiari esempi di come questi riti si svolgessero alcune centinaia d’anni prima di Cristo. Culti della terra, della fertilità, che allora si tenevano nel proscenio dei teatri. La Terra Madre dà la vita, ma anche ne riceve le spoglie. Il rito dionisiaco è essenzialmente un rito femminile: in epoca romana compare Diana, o Erodiade, dea della caccia a capo della schiera dei morti, che nelle notti delle quattro tempora (al cambio delle stagioni) migrano verso la vita, in una sorta di caccia selvaggia alla vita stessa (il cibo, rappresentato dagli animali). Tracce di questi miti-riti le ritrovo nel folklore odierno: si pensi alla questua del ''dolcetto o scherzetto'' di Halloween, nella notte di morti. In seguito Rinascimento e Chiesa sostituirono Dioniso e Diana (o la Signora del Gioco, come veniva chiamata la ''regina'' delle feste agrarie) con la figura diabolica, i cui adepti erano streghe e stregoni. E’ così che la Signora del Gioco appare sulla scena, per citare una confessione di un processo di Cavalese, ''strassinada dal diabolo''».      
 Viaggio nei borghi delle streghe - Mursia, 174 pagine, 14.00

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