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Lungo le strade dell'arte

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di Pier Paolo Mendogni

Berceto capitale estiva dell’arte. Con scarsi mezzi e tanto coraggio è stata allestita una mostra, degna di essere presentata in qualsiasi città, di notevole spessore che va dai pittori leonardeschi ai parmigiani dell’Ottocento: venti opere di  singolare interesse per l’eccellenza degli artisti (tra i più significativi della storia dell’arte italiana quali Reni, Piazzetta, Luini, Bedoli Mazzola) e soprattutto per la presenza di quadri di collezioni private, diversi dei quali inediti, che si possono ammirare solo in questa circostanza. La rassegna è allestita nel Centro di documentazione della via Francigena (fino all’11 settembre) e porta un titolo - «On the road 2011» - un po' sibillino in quanto non lascia intendere immediatamente l’oggetto stesso della manifestazione, che si sarebbe potuto spiegare in un sottotitolo. Ideatore e organizzatore dell’evento - sotto l’egida dell’amministrazione del lungimirante sindaco Luigi Lucchi - è stato il dinamico Alessandro Torricelli, al quale si deve il suggestivo allestimento e che sul piano scientifico si è avvalso della collaborazione di due noti storici dell’arte, Emilio Negro e Nicosetta Roio, che hanno pure redatto le schede del catalogo insieme a Stefania Provinciali e Federica Spadotto. Sul piano organizzativo un fattivo contributo è giunto dal vicepresidente nazionale della Fima Tommaso Tomasi. L'alta qualità delle opere riserva piacevolissime, intriganti sorprese. Già l’inedito «Sant'Antonio abate col fuoco in mano» del fiorentino Neri di Bicci (1418 - 1492) presenta una iconografia piuttosto rara: il santo eremita egiziano (qui stranamente vestito con l’abito francescano come il suo omonimo Antonio da Padova, francescano portoghese) era il patrono dei monaci ospedalieri di Vienne detti anche di S. Antonio, sorti verso la fine dell’XI secolo e specializzati nel curare il «fuoco sacro» (ergotismo canceroso) che veniva chiamato pure «fuoco di Sant'Antonio». Col tempo il fuoco perdeva il significato di malattia e assumeva quello di incendio per cui il culto e l’immagine del santo si diffondevano, soprattutto nelle campagne, come protettore dagli incendi. Due tra i più noti seguaci di Leonardo, Cesare da Sesto e Bernardino Luini, nelle loro Madonne col Bimbo fanno affiorare con dolci sfumature tutta la tenera sensibilità scaturita da quel «moto dell’anima» insegnato dal maestro fiorentino. Verso le formali bellezze del manierismo ci conducono il cremonese Bernardino Gatti, detto il Sojaro, il viadanese Gerolamo Bedoli Mazzola e il fiammingo Jan Sons, tutti attivi a Parma nei decenni centrali del '500 alla Steccata. Gatti, che ha affrescato la cupola, ha dipinto un «Matrimonio mistico di Santa Caterina» aggraziato di calligrafica eleganza formale. Vitalmente più pulsante la «Sacra famiglia» del Bedoli Mazzola che tende ad allungare le figure, seguendo lo stile del Parmigianino, di cui ha sposato la cugina. Il Sons ha impresso alla sua «Assunzione della Vergine» uno slancio verticale di un virtuosismo manieristico ottenuto dalla brillantezza cromatica degli abiti di San Pietro e della Madonna posti sulla stessa linea: l’apostolo con un vistoso mantello giallo è in piedi e indica sopra di lui la Vergine con un vestito rosso cangiante. Capolavoro conosciuto e riconosciuto è il commovente «Ecce Homo» di Guido Reni (in mostra da domani) sublimato da impalpabili tocchi di pennello intrisi di una luce che si scioglie nelle carni del Cristo dal corpo cereo, acuito dal manto lilla che gli scende sulle braccia, il quale alza al cielo il capo coronato di spine con occhi di supplice, immane tristezza. A Parma ha lavorato l’altro bolognese, Alessandro Tiarini, in S. Alessandro e a lungo ha soggiornato, al servizio di Ranuccio Farnese, Bartolomeo Schedoni la cui «Salomè con la testa del Battista» è pervasa di grazia correggesca. Un eccitato dinamismo, non privo di attenzione verso atletismi michelangioleschi, caratterizza «Il diluvio» di Antonio Carracci, figlio di Agostino e allievo di Annibale, morto giovanissimo.
La superba spettacolarità del '500 veneziano trova un’eco nella «Cena in casa di Simone il fariseo» di Nicolò Bambini mentre Giovan Battista Piazzetta - uno dei grandi protagonisti del '700 veneziano - nel «Ragazzo con la cesta di funghi» ha intrecciato l’influenza del realismo di Giuseppe Maria Crespi col colore veneziano che si fa sottile poesia nel cesto di funghi. Esponente di uno scabro  realismo pauperistico è il lombardo Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto, come evidenzia l’anziana «Filatrice», abbigliata però con una certa cura rivelata dai pizzi e collane. Interessante è confrontarla con la idealizzata contadina che tiene in mano anche lei la rocca per filare al centro del quadro del parmigiano Giuseppe Drugman, aperto su uno spazioso paesaggio di tenui carezzevoli verdi che sfumano nell’azzurrino dell’orizzonte. Anche l’altro esponente dell’Ottocento parmigiano, Giulio Carmignani, ha dipinto un’opera («Tramonto d’autunno dopo un giorno di pioggia») in cui la natura è espressa con intensi sentimenti romantici nel serotino silenzio degli alberi, negli ultimi bagliori che trascolorano il cielo e acquietano le acque in un plumbeo grigiore.

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